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Il re dei Carnestoltes e la Santa Eulalia

Quando ci chiedono perché viviamo a Barcellona possiamo provare a divagare, a pescare a caso nelle tasche risposte generiche, o rispondere tutto di un fiato la verità: perché ci piace.
Bella forza, che banalità! con questo si finisce diritti diritti in quel tunnel angoscioso di quando eravamo bambini con la maestra che dice che tocca spiegare perché: dire solo “mi piace” (o peggio  ancora “perché mi piace”) non va bene, non basta, bisogna argomentare, trovare le ragioni, fare l’analisi e poi lo svolgimento.

Un anno nuovo di zecca

Siamo tornati! E ci abbiamo messo, al solito, il nostro tempo.
E tutto questo, in questa sola riga stretta, potrebbe portare con sé capitoli e capitoli di digressioni ed analisi, a cavallo tra la privata dimensione delle nostre vite e l’orizzonte condiviso della rete e delle reti: che ne è stato dei blog? Delle blogger? Della cucina? Della condivisione? Che ne è stato di noi?
Vale la pena o non ne vale la pena? Contano ancora le parole? Viene ora solo e soltanto l’immagine che dice, non dice, suggerisce, gioca a nascondino, dura (spesso) il tempo di un battito di ciglia?

Non abbiamo ovviamente risposte, se non le esigenze che sono nostre. Ci sembra che ci sia ancora molto da dire e ci sembra che i cammini non debbano per forza seprararsi, che le parole possano appoggiarsi alle immagini, scorrere loro accanto, darsi la mano.

Su questa scommessa abbiamo infondo inventato le pagine di questo blog e costruito una vita in comune, fatta di amicizia e di amore, con mille scossoni, litigate e inciampi, con lunghe, lunghissime pause e con anche la necessità di strarsene, a volte, in silenzio.

Una libertà, quella di fermarsi, che ci siamo presi con libertà, come ci prendiamo quella di ripartire, perché le strade non sono sempre dritte nella vita come nel Chianti, dove abbiamo passato una manciata di giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno.

Lì sta una delle radici della Cucina di Calycanthus, lì sta l’infazia di Marie che sorride abbracciata a se stessa nella foto che ha scelto per il nuovo “chi siamo” da cui ripartiamo. Lì c’era, come sempre, una luce di meraviglia, la dolcezza di un paesaggio a cui non ci si abitua, il calore del camino sempre accesso nella sua famiglia grande, grandissima. Abbiamo passeggiato e mangiato (soprattutto mangiato in effetti…), ma anche ballato nella notte di Capodanno come si faceva da ragazzine, quando ci siamo conosciute e ci sentivamo già grandi. Molte cose sono cambiate, ma molte sono uguali uguali: abbiamo  inaugurato la bellissima casa di Manuela che allora certo non c’era, e il primo del nuovo anno ci siamo incamminate verso Poggio ai Mori in cerca del profumo dell’alloro (che qui è specialissimo), inciampando nel rosso corbezzolo, camminando con Alessandro di allora e Anna di ora.

E in tutto questo non ricordavo più che  nel giardino della mamma di Marie fosse piantato un calycanthus, ci ha sorpreso il profumo arrivando di notte.

Come spesso succede, si annusa prima di vederlo, forse perché è piccolo, forse perché profuma tanto, forse perché qualche volta è notte o un muro lo nasconde.
Ma è stato anche quello un bel ritrovarsi: tutti quei minuscoli fiori mimetizzati alle foglie, con due nani da giardino accanto a raccontarsi cose, fitto fitto, da anni.

Il resto delle vacanze le abbiamo passate a Rovereto, al calduccio e pigrissimi. Giornate lente, un poco tutte uguali, apparecchiando i pranzi e le cene e curando un’influenza che non mollava la presa. C’era il calycanthus, anche quello conservato dall’anno prima, e un giorno, mi sono detta, imparerò a lasciar andare le cose, a buttare, a fare a meno… Ma quest’anno per scongiuro mi sono proposta di non fare propositi, niente buone intenzioni da frustrare durante l’anno. Vivremo più alla giornata (magari fossi capace!!), ribadendo le intezioni e assecondando l’appetito.

Dei menù delle feste  possiamo dire di essere stati tradizionali, tradizionalissimi, molto brodo e molto pesce.

Salmerino di montagna, ma anche incursioni da Chioggia due volte la settimana, e poi certe invezioni, di cui toccherà riparlare per esteso, con le mani e la testolina di Anna all’opera. Nel mezzo anche molto lavoro, progetti che si organizzano e altri che giungono finalmente al termine, cucina foto e parole, in questo ordine ma anche no….

La ricetta è un brodo di gallina (“comme il faut”) con quenelles

per il brodo:
1/2 gallina possibilmente ruspante
2 cipolle
1 carota
1 porro
1 rapa bianca
una costa di sedano con tutte le foglie
un pezzetto di zenzero (facoltativo)
i gambi di un mazzetto di prezzemolo
sale e pepe bianco in grani

Sistemate tutte le verdure sul fondo di una pentola ben capace, unite il sale, il pepe e la gallina (privata della pelle nel nostro caso, ma se siete “coraggiosi” così com’è…). Coprite con circa 2 litri e mezzo di acqua e portate a bollore a fiamma viva, quindi schiumate, abbassate la fiamma e fate cuocere lentamente per 2-3 ore (sempre schiumando di tanto in tanto). Prima di spegnere verificate se il brodo è giusto di sale, ma per carità assaggiate da freddo o rischiate di prendere cantonate. Filtrate e conservate la carne a parte, con le verdure potete preparare un passato delizioso.
Se potete preparate il brodo il giorno prima, poi fatelo freddare (per noi alla finestra dell’inverno trentino) e eliminate la patina di grasso.

Per le quenelles (poco tradizionali…)
400 g della polpa della gallina di cui sopra
2 albumi
80 g di farina di mandorle
la scorza grattugiata di un limone non trattato
pepe nero
noce moscata
sale

Tritate nel mixer la polpa della gallina, aggiungete la farina di mandorla, la scorza grattugiata, gli aromi e gli albumi. Mixate e otterrete un composto omogeneo e piuttosto compatti, formate te quenelles con l’aiuto di due cucchiai (oppure se volete far prima delle polpettine…). Fatele freddare un paio d’ore in frigorifero prima di tuffarle nel brodo bollente per 5-8 minuti.

Nota: la ricetta è una rivisitazione della ricetta pubblicata nella nostra rubrica sulle pagine della Cucina del Corriere della Sera e che funziona, funziona benissimo, tanto che le varianti sono state alla nostra tavola infinite. Se le quenelles non sono tradizionali hanno però il vantaggio di aggirare alcuni divieti alimentari che in questo periodo ci tocca osservare, e vale la pena di ammettere che a volte sono proprio i limiti ad ssere utili all’invenzione. 

polpette di miglio (in volo)

Il pendolarismo Roma- Barcellona ha ricominciato ad essere parte delle nostre vite, sospesi a mezz’aria tra città tanto diverse da avere in ogni passaggio crisi di adattamento e furiosi jet-lag.
Così Marie si dedica a confezionare “cibo da uccellini”, che a Barcellona chissà perché non mi riesce di replicare uguali. Deve essere colpa della nostalgia, quella per la quotidianità condivisa gomito a gomito con i piedi sotto al tavolino, quella per la quale non bastano watsup, skype né piccini viaggiatori.

la (diabolica) feta al forno di Martha

La cosa è di una semplicità sconcertante, ma toccava averci pensato.  E pensarci ci ha pensato quel “demonio” di Martha Stewart, perché Martha è così, credi di poterla accantonare per altre mode più estetiche, più minimali, più hipster, salutiste, di spirito europeo (etc etc) ma alla fine ci ricaschi. Perché Martha è il rassicurante abbraccio delle cose che funzionano, semplici, semplicissime a volte, dai pon pon di carta velina, ai boudt cake misurati in tazze.
Pazienza poi se tocca sorvolare sulle crepe che si intravvedono nel suo universo di perfezione, in cui casalinghe perfette (e disperate) arricciano pacchetti di Natale a partire da metà agosto, cuciono a mano un necessaire per raccogliere le fatture di casa, nascondendo la bottiglia (di gin) nell’ordinatissimo sgabuzzino delle scope.

Venezia

Il tempo non è dritto. Questo è ormai certo, guardandosi indietro e immaginandosi avanti: il tempo accellera o si incaponisce, nessuna maniera di imbrigliarne il ritmo, nemmeno con lo strano “mestiere” che ci siamo cuciti addosso e che consiste, grossomodo, nel fotografare e scrivere di quel che mangiamo. Giorno dopo giorno, il pranzo, la cena.
Sembrerebbe un modo sicuro di prendergli la misura, ma invece no, il tempo va da solo e ci regala sorprese ogni volta, come questa volta che Venezia (la nostra Venezia, il nostro sguardo sulla sua pancia) è diventata realmente libro, in carta, pagine, colori e ricordi.

macarons in odore di santità

Ci abbiamo messo tanto, anzi tantissimo, quasi da rischiare un effetto vintage, come del resto spesso ci accade.
Ma la verità è che oltre alla paura di metterci le mani, quella dei macarons era una sfida spesso rinviata perché, a parte l’indiscusso charme estetico (ora probabilmente pure un poco fané…), questi dolcetti friabili e superdolci non ci hanno mai fatto impazzire. Dunque altro è venuto sempre prima.
Poi succede che un’idea si insinui forte e trovi il suo perché fino a diventare una ragione.

Una torta per la rentrée

 

Siamo rientrati a Barcellona e in qualche misura siamo pure ripartiti. Ancora alla ricerca di una routine che scadenzi la settimana e gli impegni ci imbattiamo in grandi e piccole conquiste: la “scuola dei grandi” (la materna…) inizata da qualche ora in catalano stretto, la costruzione di un pendolarismo acrobatico con Roma e quell’inevitabile onda emotiva di settembre fatta di buoni e cattivi propositi (tipo cambiare totalmente l’assetto di casa, o riordinare lo sgabuzzino).

quasi come un trifle

La prima volta che l’ho sentito nominare veniva dalle parole piene di seduzione di comida de mama. Mi vergognavo un poco di non sapere che fosse e nello stesso istante scoprivo di possedere (inconsapevolmente)  una collezione ragguardevole di ciotoline, coppette, bicchierini e bicchierozzi perfetti per il trifle.
Da allora non l’ho mai dimenticato, qualche volta l’ho praticato, ma soprattutto ho saputo che titolo dare a certe “invenzioni” dell’ultima ora che combinano il non-c’è-niente-per-dolce con l’ultimo appello per la frutta (quasi) dimenticata in frigo.

aperta-mente

Questi primi giorni di luglio sono stati per noi il consueto trasloco emotivo tra case e mondi. Li abbiamo passati in Trentino, transitando da Roma, saltellando tra compleanni e progetti maturati da lontano e diventati appuntamenti. Siamo stati al Masetto, dove consigliamo a tutti di transitare, di sostare, di darsi il tempo (e ognuno troverà la sua ragione), siamo stati ad Aperta-mente un progetto, un festival, una magia di grande e di piccino dove sono successe tante e tante cose.
Noi ci siamo andati a fare gelati, a cucinare con il freddo, a fare meraviglie con ricotta e miele, frutti del bosco e acqua ghiacciata.

torta di ciliegie

 

Ci si volta un attimo ed il tempo delle ciliegie è finito. Tocca approfittarne, veloci veloci, farsene orecchini per le orecchie e mettersi la folie  en tête come dice la chanson.
E poco importa se anche quest’anno non siamo riuscite a farne marmellata come avremmo voluto, e come vorremmo tutti gli anni. Ci godiamo le soleil au coeur tra valigie e trasbordi, preambolo per quella che verrà.
La marmellata saprà aspettare le ciliegie dell’anno prossimo.

frittata di talli d’aglio

 

Prima che sia tardi acchiappateli al volo e tirate forte, portateli a casa e fatene quel che volete.
I talli di aglio durano infatti il tempo di un momento, poi non c’è che fare, tocca aspettare un anno intero e sorvegliare la tarda primavera per vederli spuntare, sparuti, in avvertiti banchi di mercato.
Qui a Barcellona sono un sogno proibito, ma Marie a Roma li ha scovati a Ponte Milvio e memore di quella volta che avevano viaggiato stipati in valigia dal Trentino fino alla capitale, se li è messi in saccoccia.

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