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La crostata di compleanno di Paola

Giugno inaugura per noi la stagione dei compleanni, da sempre e per sempre. Iniziamo alla fine del mese a dire le cose come sono, ma già a scrivere giugno nella data distesa (come la chiama Anna) pare di dover andare a pescare le candeline con un misto di nervosismo e di fiducia.

Quest’anno poi abbiamo iniziato prima, perché giovedì è stato il compleanno di un’amica speciale che festeggiava un compleanno spciale, proprio qui, al confine della piazza.

Ma siccome siamo ancora in una qualche fase del confinamento (o dello sconfinamento o dello sfinimento?!) ci siamo attrezzate con tavolino, bottiglia di cava, in tre ragazze e due bambine. Tutto all’aperto, proprio sulla Baixada tra il negozio di Claudia e la casa di Paola. Una cosa molto da vicini che sono stati lontani e che si ritrovano con tutte le cautele.

Poi nel fine settimana, siccome era avanzata un poco di frolla Anna ha pensato che voleva una torta di non compleanno e se l’è fatta in versione bianca, senza sentire questioni sulla decorazione, perché “mamma ognuno ha i suoi gusti!”.. e i suoi sono chiarissimi.

La ricetta

Per la frolla:
300 g di farina 00
100 di burro freddo a dadini
100 di zucchero a velo
1 uovo e 2 tuorli

per la ganache:
200 g di cioccolato fondente 70% per Paola (e bianco per Anna)
200 ml di panna da montare
20 g di burro

frutta a piacere per decorare
fiori edibili opzionali (i nostri di begonia)

Setacciare la farina assieme allo zucchero a velo, quindi lavorare velocemente con il burro fino ad ottenere un composto sabbioso. Incorporare l’uovo e i tuorli e lavorare il minimo per ottenere un composto omogeneo. Avvolgere nella pellicola e conservare in frigo per almeno 1 ora.
Trascorso il tempo stendere l’impasto tra due fogli di carta da forno e foderare una teglia da crostata grande o due piccole (di circa 20 cm di diametro). Bucherellare con i rembi di una forchetta e conservare in frigorifero per 2 ore almeno. Cuocere in bianco (foderando il guscio di pasta frolla con carta da forno e coprendo con biglie o legumi secchi) per circa 15 munuti a 180°C, togliere i pesi e la carta e far asciugare qualche minuto ancora a 160°C.
lasciare raffreddare.
Preparare la ganache. Tagliate il ioccolato in pezzetti piccoli e regolari. IN un pentolino scaldate la panna senza arrivare al bollore, spegnere e aggiungere il cioccolato mescolando finché non sia del tutto sciolto e incorporato. Aggiungere il burro che darà lucentezza alla ganache. lasciar intiepidire quindi farcire il guscio di pasta frolla. Conservare in frigorifero per un paio d’ore, quindi decorare con la frutta.


I biscotti semintegrali di Barbara

Dalla metà di marzo facciamo scuola a casa. Un poco ci sentiamo fortunati perché è un anno particolare che guardiamo da vicino, la prima elementare, un poco arranchiamo cercando di tenere tutto insieme.

Lettere, numeri, maiuscolo, minuscolo, corsivo di corsa, i più, i meno, i numeri amici, e pure quelli nemici. Matematica e musica con il papà, catalano, castigliano, italiano e inglese (!) con la mamma, ma anche tutto insieme disegnando con i gessi sulla terrazza sopra la nostra testa, ritagliando le rose per Sant Jordi, o vestendo l’interpretazione casalinga de la menina di Picasso.

Tutto è molto strano, anche se allo strano ci si abitua.

E quello che mi pare di aver capito è che è bene che ognuno faccia la sua parte, anche quando gli tocca fare la parte di un altro. Non sono la maestra e se mi trovo ad insegnare bisogna che trovi un modo diverso per farlo.

Così facciamo con quel che abbiamo.
“Mamma ti aiuto?” Prende la sedia, sempre la più lontana dal piano di lavoro e la trascina senza aspettare risposta. Lo fa da quando aveva più o meno tre anni e mette le mani in pasta, rompe le uova, aziona la planetaria e mi scaccia con la mano perché vuol fare da sola. Abbasso i compiti semplici, qui dobbiamo fare sul serio!.


Allora contiamo le misure, sottraiamo la tara della bilancia, facciamo pile ordinate a base 10, traduciamo ogni ingrediente in tre lingue e leggiamo, da quest’anno leggiamo davvero.

Con la scusa che la mamma non vede senza occhiali leggiamo e rileggiamo ricette ed è arrivato il giorno in cui Anna ha dichiarato solennemente che il suo libro preferito è Facciamo colazione, di Barbara Toselli.

Lo porta sul lettone nei 10 minuti che ogni sera prima di dormire dedichiamo alla “lettura individuale”, ognuno con il suo libro preferito. Lei lo legge dalla prefazione in avanti, coscienziosissimamente, senza saltare, e al momento di scegliere quale ricetta fare ha puntato il dito su questi biscotti integrali con pepite di cioccolato e fior di sale. Come darle torto?

La ricetta è proprio quella di Barbara con solo qualche aggiustamento dovuto più che altro alla dispensa.

200 g di farina 00
200 di farina integrale (per noi tutta integrale)
100 g di pepite di cioccolato fondente
fior di sale in fiocchi
150 g di burro
250 g di zucchero grezzo Panela (Barbara usava 140 g di Muscovado e 140 g di Demerara)
1 uovo e 1 tuorlo
1/2 cucchiaino di lievito per dolci

Fondere il burro a bagnomaria (Anna adora questo nome…) e lasciare raffreddare. Montare lo zucchero con il burro tiepido, quando è cremoso unire l’uovo e il tuorlo e poi poco per volta la farina e il lievito. Alla fine incorporare le pepite di cioccolato fino ad ottenere un composto omogeneo. Prelevare porzioni di circa 45 g di impasto e formare delle pallette con i palmi delle mani; sistemarle su di una teglia foderata con carta da forno tenendole piuttosto distanziate. Appiattirle formando dei dischetti spessi circa 1 cm. Su ogni biscotto spolverizzare il fior di sale, premendo leggermente per far aderire. Far riposare la teglia in frigorifero per circa 30 minuti. Cuocere in forno caldo a 180°C per circa 10/15 minuti a seconda del vostro forno. Far raffreddare i biscotti prima di maniplarli.
Se non li finite subito potete conservarli in un contenitore ermetico per diversi giorni (noi li abbiamo condivisi con la vicina).

Le freselle di Lydia

Justino (il mio lievito madre nato in quarantena) fa il suo lavoro, anche se mi riempie di dubbi. Cresce bene? cresce abbastanza? avrà mangiato a sufficienza? gli manca acqua? gli manca farina? fa troppo freddo in frigorifero?

Poi realtà, mettendo i dubbi da parte, facciamo il pane una volta a settimana e ci pare che non sia male; non perfetto certo, ma buono quanto basta per arrivare stretti alla fine della settimana.
Quello che però certamente è cambiato rispetto all’inizio, circa due mesi fa quando ho iniziato a “covarlo”, è che non temo più l’esubero, anzi.

Perché l’esubero permette un sacco di esperimenti e anche di piccoli vizi: così dopo le lingue di suocera di Manuela e le sfoglie sottili come pane carasau è venuto il tempo delle freselle.

Per le freselle ho un amore tutto particolare: mi sembrano un cibo imbattibile, che sa di estate e che è una risorsa assoluta, se hai delle freselle puoi non preoccuparti, qualcosa farai.

Grandi sacchi di freselle sono state il primo regalo che ho ricevuto da Lydia, tanti e tanti anni fa. Ci riempivano la dispensa e finivano condite un poco con qualsiasi cosa ci fosse a tiro, connubio imbattibile di morbido e croccante che sembra poter esaltare qualunque sapore.

La ricetta dunque non poteva che essere la sua, la trovate qui:
http://tzatzikiacolazione.blogspot.com/2009/07/un-post-nato-al-telefono.html
e scoprirete che è nata al telefono e che ha dentro tante e tante storie di un tempo che sembra lontano, ma anche molto vicino.

Per condirle pomodori che cominciano ad essere buoni, cipolla rossa poca poca, olive, basilico, un pizzico di sale e olio buono. Ma per le prossime sere (o pranzi) abbiamo in programma tante e tante alternative, sommando e sottraendo, a seconda dell’estro e del mercato… si scommette su tonno, filetti di alici, feta e se riuscissimo a metterci le mani sopra anche una buona mozzarella.

bignè rosa

Un sacchettino di polvere di barbabietola ha salvato il nostro fine settimana.

Me ne ero ovviamente dimenticata. Lo avevo comprato in una bancarella nella piazza di Oderzo, durante l’ultima (ma forse addirittura durante la penultima…) edizione dell’Oderzo Food Fest, piena di buoni propositi e poi sempre un po’ troppo di corsa per riuscire a portarli a capo.

Ma tant’è, il colore era irresistibile e qualcosa ci avrei fatto.

C’è voluta la pandemia, un fine settimana stanco e uggioso, due mesi di quarantene alle spalle e il perdurare infinito della fase 0, (sì, a Barcellona siamo ancora in fase 0, anzi ad essere precisi 0,5…) per capirlo davvero.

Perché pure in cucina ci si stanca, e sedurre una bambina di 6 anni (quasi 7) diventa sempre più difficile. Ma se ci mettiamo una polvere magica, di quel rosa che sta per smettere di adorare, le scappa un “davvero?” rotondo.

Per i bignè:

250 g di acqua
150 g di farina
100 di burro
4 uova
1 pizzico di sale

Mettere a bollire l’acqua con il burro e il pizzico di sale, quindi versare la farina tutta insieme, abbassare al minimo la fiamma e mescolare energicamente. Quando il composto inizia a staccarsi dalle pareti mescolare ancora per un paio di minuti per far cuocere la farina, quindi spegnere e lasciare raffreddare. Appena l’impasto sarà tiepido aggiungere un uovo alla volta, la pasta deve risultare liscia e omogenea. Con il sac à poche, o con due cucchiaini, disponete poca pasta alla volta in mucchietti circolari sulla placca del forno foderata di carta da forno, quindi cuocete in forno già caldo a 180°C per 20-25 minuti, finché i bignè si saranno gonfiati e ben dorati. Togliete dal forno e fate raffreddare completamente prima di manipolare.

per la ganache:

200 g di cioccolato bianco
100 g di panna
15 g di burro
1 cucchiaino di polvere di barbabietola

Ridurre il cioccolato in pezzetti piccoli e regolari. Portare a bollore la panna con il burro, spegnere, incorporare la polvere di babrabietola mescolando velocemente con una frusta quindi versare sul ciccolato. Amalgamare perfettamente e usarla per dipingere i bignè.

Nota: Qui in casa abbiamo mangiato i bignè così, senza farcitura perché su certe cose siamo un poco minimal, ma c’è chi avrebbe voluto panna senza zucchero e chi crema, e perfino chi avrebbe osato una Chantilly alle fragole.

Il risotto pomodoro e provolone

Solo gli idioti non cambiano mai idea.

Qui invece le idee a volte le cambiamo, come, ad esempio, in fatto di riso e pomodoro, accoppiata per la quale ho nutrito un orrore assoluto fin quasi all’altro ieri. Sospetto che sia il ricordo dei trascorsi della mensa delle elementari, non proprio il luogo più felice del mondo dal punto di vista gastronomico, e non solo…. Ci era proibito parlare e una maestra perennemente a dieta trangugiava i suoi bibitoni sostituti e proteici dentro a cilindroni di plastica in cui entrava anche tutto il suo malumore.

A casa mia, per fortuna, il riso al pomodoro (almeno quello del mio ricordo) non si usava. Acidulo e brodoso, non sapeva realmente di niente, ma l’odore e la consistenza mi pare di poterli evocare ancora oggi.

Cosa mi abbia spinto a provare ad emendare questo ricordo non mi è del tutto chiaro. Deve essere pure questo un effetto del lockdown, del confinamento, di questa vita ai limiti. Pranzo e cena, cena e pranzo, più merende e colazioni. Qui è saltato tutto il menage di casa: Anna non mangia a scuola dal lunedì al venerdì e il Fotografo non va in trasferta a Roma da lunedì a mercoledì. A pensarci è più che chiaro che sì, potesse tornarmi in mente persino il riso al pomodoro.

Ci ho messo mano dunque, una sera che eravamo reclusi stretti. Ma ho rivisto le cose da principio. Riso da risotto, prima cosa: il fondo di un pacchetto in sacchetto di stoffa come qui è frequente incontrare; un residuo di salsa di pomodoro avanzata dal giorno prima ma profumata per bene, e poi il provolone, il formaggio più sottovalutato del mondo di cui ho quasi sempre qualche scorta in frigo. Più qualche vezzo.

Ad Anna, che non è facilissima da sedurre, è piaciuto tantissimo ed ora lo cucina lei, dall’inizio alla fine. Giuro.

La ricetta

1 tazzina di riso a testa
1 tazzina e mezzo di salsa di pomodoro a testa
1 tazzina di dadini di provolone
1 cipolla piccola (si può omettere, cioè Anna non la mette…)
1 cucchiaio e mezzo di olio a testa
1 noce di burro
la scorza grattugiata di un limone non trattato
rosmarino

Se usate la cipolla tritatela finissimamente e fatela rosolare a fuoco dolce in una pentola dal fondo spesso, appena diventa trasparente versate il riso e fate tostare rimestando continuamente. Su un altro fuoco tenete pronto il bollitore. Quando il riso è tostato bagnate con pochissima acqua calda (del bollitore), quindi mescolate ancora, versate in un barattolo alto la salsa di pomodoro e mescolatela con l’acqua in modo che risulti caldissima. Versate sul riso e portate a cottura. Quando manca poco aggiungete il provolone a dadini, lasciate che si sciolga completamente. Spegnete aggiungete una noce di burro, la scorza di limone grattugiata e se vi piace un poco di rosmarino tritato.

Burro chiarificato home made

L’autoproduzione è una delle conseguenze più dirette della clausura, almeno in questa cucina.

A parte la nascita di Justino, il nosto lievito madre con cui stiamo ancora prendendo le misure, la tentazione è stata forte per mettere in cantiere non solo ciò che richiedeva il tempo che prima non avevamo, ma anche tutto ciò che ci evitasse di uscire di casa.

Così dopo secoli di tentennamenti, che a guardarsi indietro non si capisce perché, ci siamo lanciati un pomeriggio qualsiasi a fare in casa il burro chiarificato.

La faccenda in sè è semplicissima, ma nasconde parecchie ambiguità. Il burro chiarificato è semplicemente il burro normale privato della sua parte acquosa, ma anche delle proteine della caseina. Puro grasso dunque, senza acqua e senza proteina.

La cosa può spaventare ma in realtà le proprietà e i vantaggi sono molti. Il punto di fumo è decisamente più alto, dunque può essere usato per friggere ed è inoltre parente stretto del ghee (da cui differisce per il metodo di preparazione e per il gusto) venerato nella medicina ayurvedica.

Qui ci siamo decisi perché era indispensabile per la preparazione di un dolce classico che ancora non abbiamo messo in cantiere (qualcuno indovina quale?) e il costo nel supermercato bio che ci consegna a casa decisamente scoraggiante.

Il Fotografo poi che ha suoi rituali complessi e molto alternativi in fatto di alimentazione si è precipitato a scrivere ghee sull’etichetta. Forse così lo mangia pure lui ;)

Come è andata?
Bene, anche se qualche dubbio ci è rimasto.

Come si fa?
ecco appunto, una cosa è la teoria, un’altra la pratica. Seguendo varie istruzioni on line, abbiamo messo il nostro panetto di burro tagliato in cubetti regolari in un pantolina e cotto lentamente a bagnomaria. Si è formata quasi subito un poco di schiumetta, ma non tanta, che abbiamo eliminato con una schiumarola stretta. Il resto è evaporata lentamente. Sul fondo invece si è andata condensando la parte proteica, un composto filamentoso e bianco che si accumulava piano piano. Abbiamo spento e travasato in almeno tre diversi passaggi: colino a maglie strettissime e poi due passaggi da garza doppia. Ora riposa in frigo, ma assicurano che potrebbe pure stare fuori.

Il pesto di popcorn di René Redzepi

Che cosa ci seduce in una ricetta? Il sapore immaginato in bocca a partire da una immagine bella? o anche solo la scelta delle parole, la lista degli ingredienti, il titolo?

Che cosa ci fa decidere di metterla nell’elenco delle cose da fare, domani o prossimamente, che cosa ci fa controllare immeditamante di avere tutto nella dispensa e persino suonare alla vicina perché ci mancano 2 etti di farina?

Credo che, almeno per me, siano un insieme di molte cose, o di cose diverse. A volte è l’immagine a rimanere misteriosamente incollata alla retina, a volte la seduzione di un titolo, o di un ingrediente mai usato; a volte al contrario l’accendersi del ricordo di qualcosa di conosciuto, magari dimenticato, o la volontà di scoprire se funziona ancora.

Certe volte però succede qualcosa di un poco diverso, una seduzione che è più della testa. Qualche cosa che ci intriga per come è stato pensato, immaginato, qualcosa che può rendere simile (con tutte le dovute proporzioni che andrebbero sempre misurate sul campo) anche la cucina all’arte.
I processi creativi sono seduttivi come poche cose nell’universo, quando riescono a suggerire una strada, quando in qualunque forma o materia si esprimono mostrano la trama del ragionamento che ha portato al risultato.

Il piatto certo, ma soprattutto tutte le sue ragioni.

Quando a Cibo a Regola d’Arte di due anni fa salì sul palco Massimo Bottura per parlare del suo progetto di Cibo per l’Anima c’era da rimanere a bocca aperta. Comprai il suo libro, Il pane è oro, e vincendo la timidezza me lo feci persino dedicare. Lo lascia fuori dalla valigia e lo lessi come una specie di romanzo sul trenino per Malpensa e poi in aereo, una cosa che oggi mi sembra fantascienza, senza guanti, senza mascherina (!). Lo divoravo, lo masticavo probabilmente perché è un libro di storie e di attitudini, che parla di grandi cuochi ma che mostra soprattutto come pensano, come ragionano, non tanto nel racconto comunque sincero che ne fa Massimo Bottura, ma anche e soprattutto attraverso le ricette.

Il gioco serio di Bottura era semplice, ma tremendamente complesso. Con l’Expo in corso Milano è stata nel 2015 il crocevia dal quale sono passati i cuochi più famosi del pianeta: perché non invitarli a cucinare? Cucinare certo, ma non le materie prime elette, gli ingredienti preferiti, le quantità scrupolosamente misurate seguendo serrate partiture. No, cucinando quel che c’era, anzi quel che avanzava.

Perché l’Expo di Milano a dispetto del suo titolo che si proponeva di trovare l’energia nutritiva (o nutriente?) per il pianeta ha prodotto molti scarti, molto esubero proprio di quel cibo e di quella energia che sarebbe obligatorio non disperdere.
I cuochi invitati accettavano dunque la sfida di cucinare un intero menù senza sapere a partire da quali ingredienti, perché gli esuberi, gli scarti non si possono prevedere ed arrivavano nelle cucine del Refettorio nella prima mattinata. La sera la cena doveva essere in tavola.

Di tutto il libro, letto all’inizio coscienziosamente poi un poco saltellando avanti e indietro, io rimasi incollata a una piccola, piccola invenzione di René Redzepi, il cuoco del Noma.
Per la sua cena aveva a disposizione dei mazzetti non proprio vivaci di basilico, ma niente pinoli, o non abbastanza. In fondo alla dispensa saltano fuori due sacchetti di chicchi di mais, da qui ai pop corn, dai pop corn a una granella che per consistenza, funzione e in parte sapore può funzionare.

Una cosa al posto di quello che non c’è. Non a caso, ma pensando forte.

Io a questo pesto ho pensato tanto, non solo per fascinazione o suggestione, ma anche perché adoro i pop corn. Sono uno dei miei cibi schifezza preferiti (assieme ad altri che non sono pronta a confessare). Li faccio spesso, e da quando c’è Anna ho una scusa in più. Li guardiamo scoppiettare attraverso un coperchio in vetro che rende le cose ancora più divertenti, poi ce li spartiamo più o meno equamente.

L’altra sera per qualche incomprensibile ragione ne è avanzata una manciata. Era il momento giusto, finalmente.

La ricetta

è esattamente quella del libro, ho solo omesso il Parmigiano Reggiano perché a volte i pesti mi piacciono marcatamente vegetali. La riporto a modo mio

Per 8 persone
3 cucchiai di olio di semi di mais
30 g di chicchi di mais
1 spicchio di aglio tritato
le foglie di 4 mazzetti di basilico, lavate e tritate
le foglie di 1 mazzetto di coriandolo, lavate e tritate
275 ml di olio extravergine di oliva
100 g di pinoli (ma pure meno)
la scorza grattugiata di un limone
sale e pepe

1 kg di pasta corta (per me rigatoni integrali)
Olio extravergine di oliva per condire
Parmigiano Reggiano grattugiato al momento per servire (io ne ho fatto a meno, mentre invece ho aggiunto la scorza di limone grattugiato sopra)

Preparare i pop corn, quindi frullarli a impulsi fino ad ottenere una granella non troppo fina. Conservare da parte. Preparare il pesto frullando il basilico, il coriandolo, l’aglio e l’olio extravergine di oliva. Quando comincia ad essere omogeneo unire i pinolti.
Versarlo in una terrina e quando la pasta sta già cuocendo aggiungere la granella di pop corn e la scorza di limone. Aggiustare di sale e pepe. Quando la pasta è cotta, scolare conservando pochissima acqua di cottura condire ed eventualmente mantecare con un goccio di acqua. Servire subito

Primavera

L’inzio di maggio è stato un poco in salita. Il fatto è che fuori è primavera, ce ne siamo accorti persino tra le mura di casa e mentre il calendario ci ricordava che avremmo dovuto essere tutti insieme in campagna, proprio in questi giorni proprio in queste ore, ci è invece toccato tra capo e collo il cambio degli armadi.

Ci sono catastrofi peggiori, lo so benissimo, ma quest’anno è stato difficile e strano, con l’umore scollato dal sole alla finestra e montagne di vestiti ad accomularsi ovunque, come se l’armadio fosse esploso. Quando li metterò? Quando li ho messi? Non c’è stato l’inverno, e la primavera è arrivata senza che l’aspettassi.

E dire che proprio quest’anno ci eravamo organizzati bene, e per tempo. Domenica passata l’avremmo duvuta passare nel Chianti, in una grande tavolata tra le vigne. Avevamo preparato le tovaglie, immaginato già un poco i menù e raccolto attorno a quel tavolo grande già molti amici, vecchi e nuovi.

Lo so, ci sarà il tempo nuovo per i corsi di fotografia, per i pranzi condivisi, per quel modo di stare insieme che abbiamo cominciato a disegnare Marie ed io. Ma intanto oggi la primavera che è là fuori manca più degli altri anni: mi mancano le peonie, e anche i lilà, mi manca Marie, mi manca quella luce speciale che c’è in campagna, le chiacchiere fitte fitte nella cucina. Le cose che crescono e fioriscono, il verde nuovo.

Ma ci proviamo a rimediare come possiamo. O perlomeno a seminare promemoria ed esperimenti, per Anna, ma in fondo anche e molto per noi grandi. Anche in città succedono meraviglie, persino durante una pandemia.

Se tagli secco il tronco di un sedano e lo metti in acqua avrai una pianta nuova, giustamente lenta ma tutta nuova. Ci crederesti? I rametti di menta che l’Enriqueta ci regala quando compriamo il pesce hanno messo radici, i semi di mela piantati nel cotone il 23 di marzo sono germinatissimi ed è tempo di trasferire in terra e persino i microscopici semini di limone, che abbiamo affidato al cartone delle uova, sono alberelli lillipuziani. L’avocado lui, va come sempre lentissimo, ma qui il tempo non ci manca. Lo aspetteremo.

Poi al mercato (che qui non ha mai chiuso, ma che anzi si è organizzato egregiamente per servire in sicurezza e a domicilio) hanno pensato che valesse la pena di fare primavera in tutti i balconi della città. Le piante che non hanno potuto essere piantate nei parchi (chiusi fino alla settimana scorsa) sono state regalate in tutti i mercati di Barcellona: all’ingresso e anhe ad ogni singolo banco.

Quel giorno coincideva con la prima vera uscita di casa per Anna: siamo tornate a casa con un bottino favoloso, per la nostra primavera.

Il primo pane

Finalmente. Finalmente, e con un senso di sollievo grande come una casa, sono finalmente riuscita a sfornare il mio pane.

In questo periodo stranissimo, nella stranissima quarantena che stiamo passando insieme, lontani ma connessi, ognuno (o quasi) ha fatto il suo pane. Partendo quasi sempre dal lievito madre, e così ho fatto anche io.

Ma mentre vedevo ovunque lieviti e pani grandi e rigogliosi che gridavano a gran voce la loro voglia di vivere io spiavo il mio barattolo, lento e fermo, timido forse. Non riuscivo nemmeno a dargli un nome, mentre ho scoperto che tutti i lieviti cresciuti in casa ne hanno uno.

Insomma al pane tocca un poco iniziarsi. Ed io ero, lo ammetto, restia. Forse il lievito lo sentiva, forse la paura (mia) e le bolle (sue) stanno in un rapporto inverso, ma insomma gli inizi non sono stati facili.

Così adesso che ho in mano il mio successo non scriverò della ricetta, perché quella, con mille preziosi consigli ,è di Laura. La trovate sul suo bellissimo blog, in una sezione tutta dedicata ai pani e ai lievitati che per me è stata una manna (video delle piegature compreso). Io ho solamente mescolato le noci con le nocciole (perché non ne avevo abbastanza) e usato farina di grano semi integrale e farina di farro nelle proporzioni della ricetta.

Ho voglia invece di scrivere delle difficoltà, di quello che mi è risultato difficile capire o provare, visto che ora mi trovo giusto sulla soglia dell’iniziazione. Non so se continuerò, o se lascerò stare ma in ogni caso mi pare un buon momento per raccontare cosa ci è successo.

  • la nascita del lievito è una roba semplice ma pure complicata, finanche mistica. Metti insieme farina e acqua e aspetti che succeda qualcosa. Io ho rinunciato allo starter (cioè una base in genere dolce: miele, zucchero, frutta che innesca e aiuta la fermentazione naturale), ma forse, tornando indietro, una spinta gliela darei. Soprattutto perché il mio lievito è nato in una stagione strana: a parte la pandemia in corso era quello strano momento dell’anno in cui in casa i termosifoni sono spenti ma fa ancora freddino; quindi ho il sospetto che nei 6 giorni che ha trascorso fuori dal frigo abbia avuto freddissimo, peggio che il Fotografo…
  • La farina è importante, ma tocca non essere troppo intransigenti. Proprio come le mamme all’inizio dello svezzamento ho preteso di essere super-organica! Ovviamente non solo farine bio, il meno manipolate possibile, ma anche integrali. Il lievito però ha i suoi gusti e vorrebbe mangiare a grandi bocconi farina forte, manitoba o giù di lì. Mettiamoci pure che con la difficoltà di approvigionamento del periodo gli ho cambiato spesso la dieta, è successo che ha “mangiato poco” ed è cresciuto lento. Almeno penso, ma forse era semplicemente il tempo che gli ci voleva ed io ero ad essere impaziente.
  • Le pieghe mi han fatto sempre un po’ paura, ma veramente non c’è ragione. L’unico punto da tenere in conto è che non bisogna sporcarsi le mani. Le pieghe non sono mettere le mani in pasta, ma qualcosa di simile al riporto, fa tutto la spatola o il tarocco, si tratta solo di accompagnare. Son cose ovvie, mi rendo conto, ma a capirle per davvero ci ho messo il mio tempo.
  • A far bene, oltre alle parole servirebbero anche due o tre oggetti da iniziati. Il cestino per la lievitazione, la cocotte in ghisa per la cottura e la lametta da barba per fare quelle bellissime incisioni sulla superficie. Io non avevo e non ho nulla, nemmeno la possibilità di uscire a comprarmi almeno il cestino come in altri momenti sicuramente avrei fatto. Il Fotografo ha la barba lunga, dunque nemmeno si rade ma sono riuscita lo stesso, usando una specie di terrina larga che ho dai tempi dell’università per far riposare l’impasto e un coltello affilato per le incisioni. Probabilmente ho infarinato troppo poco lo strofinaccio con cui ho foderato la terrina perché l’impasto, una volta rovesciato, si è un poco appiccicato. Non fate come me ma soprattutto ricordatevi di non metterlo in lavatrice direttamente!
  • è importante calcolate i tempi. La ricetta di Laura è semplice, non ha tempi bibblici, ma io, colpa anche dell’insicurezza con cui muovevo ogni passo, mi son trovata a cuocerlo tra le 24.58 e l’1.32.
  • Poi una volta sfornato finalmente il mio pane ho trovato anche il nome, ma non chiedetemi perchè, il mio lievito si chiama Justino.

Questo Sant Jordi

Questa settimana è stata complicata. Fin qui avevamo vissuto di rincorsa, inventando giorni diversi, abitudini rinnovate, routine alternative tra il terrazzo e la cucina. Ma i giorni si sono fatti alla fine sentire, colpa anche della pioggia che mai è stata così tanta a Barcellona in aprile, fin da quando hanno comiciato a contare le gocce.

Eppure dietro al nervosismo e alla stanchezza secondo me c’era questa settimana pure una tristezza un poco speciale. Fra le molte cose che abbiamo perduto in questo confinamento, per noi comunque molto fortunato (stiamo insieme, stiamo bene!) c’è pure la festa di Sant Jordi.

Tra tutte le feste di Catalunya forse questa è quella che preferiamo. Si festeggia l’amore e si festeggiano i libri. Si può immaginare qualcosa di meglio?

La città si riempie di rose e di libri. Ogni angolo ne è inondato, e tutti regalano parole e fiori, un libro e una rosa.
Tutti gli anni non sappiamo come sbrogliarci tra mille cose bellissime, e finiamo sempre per andare a caso e a naso.
Quest’anno ovviamente non sarà così. Quest’anno siamo a casa.
Per questo forse, e con l’anticipo un poco infantile delle delusioni molto temute, la settimana si è fatta un poco pesante.

Poi però succede che ti svegli e pensi che se non puoi farci niente puoi fare comunque qualcosa. Che la festa è festa e ognuno ci ha messo del suo.

Anna ha disegnato un enorme Sant Jordi in versione femminile, dunque una santa e rivoluzionaria Santa Jordina che ora sventola al nostro balcone, e poi rose giganti con i cartoni con cui ci consegnano la spesa. Ha costruito marionette dei personaggi del suo libro preferito, il Sam e Julia, e letto a voce alta fin quasi ad imparare a memoria.

Io per parte mia mi sono finalmente decisa ad affrontare la torta delle rose che mi sembrava l’omaggio più giusto per Sant Jordi da molto e molto tempo. Solo quest’anno ho trovato il tempo; la fortuna delle prime volte (oltre che un introvabile pacco di farina manitoba…) mi ha dato una mano.

Ma chi si è impegnato più di tutti in questo strano Sant Jordi fai da te è stato il Fotografo. Tramava da giorni, sempre attaccato al telefono, misterioso e taciturno più del solito.

Che si è inventato? ma un libro, ovvio. Un libro fai da te che è un omaggio a questa festa e che non poteva che essere una condivisione, un fare insieme, quello che forse più ci manca ora.
Così ha chiesto a sei amiche e a un amico, tutti di qui e tutti instragrammers da urlo di dedicare una ricetta a questa festa.
Ero quasi gelosa, poi per fortuna lo ha chiesto anche a me.

Per questo oggi la ricetta non c’è. La troverete sul libro insieme a tutte la altre, quando il Fotografo avrà finito di impaginare e di farlo bello.

Ci lavora alacremente e promette che sarà pronto entro la fine della settimana, chissà se ce la farà. A me questa volta mi viene dolce anche l’attesa, mi fa tornare un poco indietro, quando cuciva i primi pdf che erano libri in nuce di quel che poi è venuto. Ora è più bravo, ma diciamolo piano, che non ci senta per carità.

Intanto oggi c’è da festeggiare la festa e l’attesa: qui trovate tutti gli amici che partecipano. Seguiteli su Instagram, ne vale la pena e chissà che non troviate degli indizi. Lasciategli un fiore e un commento, non siate timidi, che anche in italiano va benissimo!

Stella Andronikou @stellaand
Maria Cosbel @mariacosbel
Patri Garcia @saboresymomentos
Sue Moya Giménez @art_by_sue
Nat & Jose @biteoflight
Ayose Valiente @ayose_vp
Olga Vila @olga_vila

oltre naturalmente a:
Maurizio Maurizi @maurizio.maurizi.fotografia
e a questa cucina: @lacucinadicalycanthus

Lo strudel di compleanno di Giulia

La settimana scorsa è stato il compleanno di Giulia. La conosco da quando eravamo bambine, lei più di me, e negli anni ci siamo trovate sempre più accanto, anche se a distanza. In comune abbiamo Rovereto e una certa propensione al vagabondaggio. Lei ora vive a Berlino.

Da Berlino abbiamo festeggiato il suo compleanno, su Zoom come ora ci siamo abituati a fare. Cinquantadue finestrelle affettuose si accendevamo, cantavano, battevano le mani e ridevano felici di poter stare insieme almeno così, adesso. Abbiamo soffiato candeline, ascoltato Giulia cantare e suonare (l’uculele!) con Frau Ruth, abbiamo visto la luce di Berlino attraverso grandi finestre chiare, misurato con un pizzico di malinconia la distanza di questo compleanno diverso. Giulia ha fatto pure un discorso.

Ma il giorno prima Giulia ci aveva scritto, una lettera e una ricetta, proprio quella dello strudel di compleanno che aveva sfornato per sè (e virtualmente anche per noi). La riportiamo così, come l’abbiamo ricevuta e impastata qui a Barcellona.

“Ecco la mia ricetta dello Strudel di mele alla trentina.Tra poco ne sforno uno. Domani sarà il dolce per il mio compleanno, perché mi porta vicino alla cucina della mia mamma e alle mani delle mie nonne e domani voglio che a festeggiarmi idealmente ci siano anche loro. Mi è sempre piaciuto il nome della pasta che si usa in questa ricetta: la pasta matta. Inoltre ho scoperto che il mio Strudel piace molto a Frau Ruth, con la quale vivo qui a Berlino, le piace perché dice che “non è troppo dolce” e perché ama la cannella. Gli ingredienti sono semplici e si possono trovare con facilità. In queste settimane riuscire a fare un dolce con poco mi procura una soddisfazione prolungata, che attraversa tutti i passaggi con particolare piacere: dall’idea all’ultimo morso. Al posto delle classiche mele, chi volesse, potrà provare una versione con mele e pere oppure solo pere. Il risultato sarà più dolce e ugualmente squisito.


Gli ingredienti sono questi:
per la pasta matta
– 240 g di farina 00
– un uovo
– 100 g di burro (oppure 1 cucchiaio di olio)
– un pochino di grappa (facoltativo)
– un pizzico di sale
– un bicchiere di acqua fredda

per il ripieno
– 6/7 mele
– 2 cucchiai di pinoli
– 100 g di uvetta
– 1 cucchiaino di cannella in polvere
– 1 cucchiaio di miele
– la scorza di 1 limone grattugiata
– pane secco grattugiato

Disponi la farina in una ciotola, formando una conca al centro, mettici il sale, l’uovo (magari tieni da parte solo un po’ di tuorlo che userai per spennellare lo strudel prima di infornare, mescolato con un po’ di latte), il burro, la grappa. Cominci a mescolare con una mano aggiungendo a poco a poco l’acqua, impastando con le mani fino ad ottenere una pasta morbida ed elastica. La pasta conviene sia lavorata abbastanza a lungo, 4/5 minuti, su un piano leggermente infarinato. Avvolgi la pasta in un canovaccio e la lasci riposare per una mezz’ora in frigorifero.
Nel frattempo sbucci le mele e le tagli a tocchetti dentro un’altra ciotola, fatto ciò aggiungi tutti gli altri ingredienti, io vado sempre ad occhio con le quantità. Ti consiglio di lasciare macerare per qualche minuto il ripieno, affinché si mescolino bene tutti i sapori. Se le mele dovessero rilasciare troppo liquido usa il pane grattugiato per asciugare.
Riprendi la pasta e stendila sul canovaccio infarinato usando un mattarello, formando un rettangolo adatto alla lunghezza della teglia che userai per infornare. Una volta stesa la pasta disponi al centro il ripieno e coprilo con la pasta avvolgendolo per bene. Con l’aiuto del canovaccio disponi lo strudel nella teglia coperta con carta da forno. A questo punto puoi spennellare lo strudel con il mix di latte e uovo oppure infornare direttamente. Cottura in forno a 180° C per 45 minuti circa.

Grazie Giulia.

Sfogliette di lievito madre

Va bene, lo ammettiamo, qui abbiamo un poco paura di mettere le mani in pasta. Come madri apprensive e iperprotettive accampiamo scuse: è ancora piccolo, non è pronto, aspettiamo ancora un po’…

Insomma il lievito madre deve ancora essere battezzato. Non ha un nome e aspetta nel frigo. Non lo abbiamo ancora messo al lavoro, mentre là fuori è tutto un fiorire di pani meravigliosamente cresciuti ed alveolati, tondi e perfettissimi che fanno crescere l’ansia da prestazione.

Ma siccome il lievio mangiare deve mangiare, ovvero va rinfrescato, qui continuiamo ad avere esubuero che fa male dover buttare. Allora ci si ingegna, o meglio si ingegna Marie (lei che ha in casa il pane perfetto di Luca ogni settimana…) e dopo avermi messo sulla strada delle lingue di suocera di Manuela, ha trovato una cosa ancora più magica. Non serve aggiungere farina, non serve niente in effetti.

Lei ha detto che l’ha trovata sulla pagina Instagram di un cuoco giapponese che vive a Parigi, ma io ovviamente ho scordato il nome e qualunque referenza. Però incredula ho preso la carta da forno e la marisa e ci ho provato…

La ricetta

è buffa da dire. Prendete l’esubero di lievito madre, quello che buttereste via prima di rinfrescare quel che vi serve, stendetelo su una teglia da forno foderata da carta antiaderente e cercate di fare uno strato sottilissimo, un velo. Cospargete di sale con parsimonia perché essendo fino risulterà facilmente salato, aggiungete erbette o polveri a piacere (noi abbiamo usato le erbette della mamma di Angela) e infornate in forno già caldo per 5-10 minuti, finché non si accartoccia.

Il risultato è uno schianto: croccante, leggerissimo, sembra qualcosa tra il pane carasau e la pasta fillo. E non avrete buttato niente.

La pastiera salata

Era la Pasqua giusta per provarci: c’è stato il tempo e c’è stata soprattutto la tenacia cocciuta che in questo periodo trasforma alcune idee in fatti.

In questi giorni, tutti accumunati da una specie di confusione di sottofondo, alterno le grandi imprese alle ore lente, giorni maniacali in cui farei tre volte il cambio degli armadi e giorni in cui tutto mi pesa, anche il sugo al pomodoro per la pasta di Anna. Capita un poco a tutti sembra, e tocca essere indulgenti, sia con gli alti che con i bassi. Accellerare quando è urgente, rallentare quando si deve.

La pastiera salata era urgente. Anche se per pranzo eravamo ovviamente solo noi, anche se erano anni che mi girava in testa e avrebbe dunque ragionevolmente potuto aspettare ancora un poco, ma no, doveva essere ed è stata.

Il canovaccio era quell’equazione tra zucchero e Parmigiano che avevamo provato in passato e a partire da lì è stato tutto un gioco di aggiustamenti. Il risultato ha avuto la fortuna delle prime volte, ma io per una volta mi sono ricordata di appuntare tutto. Perché ho giurato a me stessa che la rifarò per la prossima Pasqua, o magari anche prima.

La ricetta

Per la brisée all’olio:
300 g di farina
1 bicchierino e 1/2 di olio extravergine di oliva
qualche cucchiaio di acqua fredda
1 pizzico di sale

Per la crema pasticcera al Parmigiano Reggiano:
1 uovo e un tuorlo
250 ml di latte fresco
60 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
30 g di farina o di amido di mais

Per il ripieno:
500 g di ricotta vaccina
160 g di mortadella a dadini
50 g di Parmigiano Reggiano
3 uova
sale

Preparate la brisée: setacciate la farina, incorporate prima l’olio extravergine di oliva quindi poco alla volta l’acqua ghiacciata finché l’impasto non è perfettamente lavorabile. Coprite e lasciate riposare.
Portate a bollore il latte, nel frattempo battete l’uovo e il tuorlo con il Parmigiano grattugiato e la farina, versate quindi il latte bollente, amalgamate perfettamente quindi mettete sul fuoco a fiamma dolcissima mescolando continuamente, Appena si addensa spegnete.
Montate la ricotta con le uova, incorporate il Parmigiano, quindi la mortadella a dadini. Appena sarà tiepida aggiungete anche la crema.
Stendete la pasta brisée, foderate con la pasta uno stampo da pastiera imburrato, versate il ripieno e completate con la griglia. Regolate i bordi e infornate in forno già caldo a 160 °C per 1 ora e 15 munuti circa. Sorvegliate che non scurisca troppo. Lasciate raffreddare nel forno.

Note: con questa dose otterrete una pastiera di circa 31 cm di diametro, più due monoporizoni piccine picciò. Se avete intenzione di sformarla usate il trucco delle due strisce di carta da forno sistemate incrociate sul fondo della teglia imburrata: funziona di meraviglia.

Il salame di cioccolato di Anna

Qui siamo di parte, e non ci sarebbe molto altro da dire. Sarà che chiusi in casa tutti e tre ci facciamo ognuno gli affari degli altri, ma questo salame di cioccolato con la ricetta della nonna Pina è diventato la scusa per fare i compiti e anche un poco di matematica.

La maestra ha mandato i suoi consigli ed anzi ha chiesto aiuto: mandatemi le vostre ricette che io a cucinare non sono molto brava, siate precisi mi raccomando!

Anna l’ha presa sul serio ed ha scelto la sua ricetta preferita, l’ha tradotta in catalano in simultanea e per fare le cose più precise ha pesato, mescolato, battuto a neve, spezzettato biscotti, gesticolato un poco e raccontato pure la storia della sua bisavia.

Il video è in catalano, con qualche errore di cui la mamma (e pure il papà) non si erano lontanamente accorti, ma sicuro che la maestra Judith riuscirà a eseguire la ricetta alla perfezione.

Se non siete forti in catalano, trovate la ricetta in italiano qui sotto, tra le primissime pubblicazioni di questo blog, quando ancora la nonna Pina ne aveva una scorta nel congelatore e lo chiamava saleme turco:
https://lacucinadicalycanthus.com/?p=140

Lingue di suocera

Ha 12 giorni e riposa nel frigorifero. Il mio lievito madre, in versione liquida (altrimenti detto Licoli), non ha ancora un nome ma non posso dire di non essermi già affezionata.

Anzi a dirla tutta in queste due settimane scarse mi sono molto preoccupata di lui e per lui.

Non sono sicura che vada come dovrebbe andare, spio le sue bolle, faccio tacche sul barattolo dove lo metto a riposare e mi domando due volte al giorno se ho fatto bene ad essere integralista e fare a meno dello starter.

Ho ricevuto consiglio preziosi: da Sergio, da Francesco, anche indirettamente da Luca e mi sono chiesta se questa “covata” del lievito (e poi a venire del pane) non sia una cosa maschile.
L’inquietudine diventa maggiore verso sera, quando viene l’ora di rinfrescarlo e poi metterlo a nanna. Questa faccenda di doverne buttare metà mi fa sentire in colpa verso una cosa viva (sigh!) ma anche verso le farine che lo hanno nutrito e che sono bene prezioso, sempre per carità, ma in questo momento in una maniera molto più tangibile.

Poi penso a mia nonna, quella paterna che si chiamava come me e che ho conosciuto appena; lei, al paese, faceva il pane in casa tutte le settimane e mandava mio padre bambino a prendere il “cresciente” dalla vicina. Poi diventava rossa rossa, sempre nel racconto di mio padre, per lo sforzo di quell’impastare a mano tutto il pane di una settimana.
Non credo che avesse le mie inquietudini, il lievito madre, anzi il “cresciente” non era un esperimento di autarchia (e diciamocelo di piacere…) ma una necessità e, ancora più semplicemente, un fatto.

Insomma di cosa mi sto realmente preoccupando?

Per fortuna Marie, come spesso succede mi ha tolto dalle peste. Lei che è più giovane ed ha comunque sempre avuto una memoria migliore della mia si è ricordata di alcune ricette di quel genio di Manuela Conti per l’utilizzo della pasta madre in esubero.

Ora rinfresco senza sensi di colpa e inforno lingue di suocera, tutte le sere.

La ricetta

La ricetta è proprio quella di Manuela che trovate per esteso qui, ho solo dovuto modificare la faccenda del latte perché in casa in questo periodo proprio non ne abbiamo. Ho dunque alzato un poco l’olio e abbozzato una proporzione pressapoco che però ha funzionato a meraviglia.

100 g di licoli
150 g di farina (per me semi-integrale)
35 ml di olio extravergine di oliva
25 ml di acqua
sale in scaglie
erbe aromatiche

Mescolare il licoli con l’acqua e la farina, imcorporare quindi l’olio extravergine e formare una palla. Lasciare riposare coparta per circa 30 minuti quindi dividere in pallette regolari e stendere con il mattarello delle stisce di circa 25 cm. Pennellare con olio extravergine di oliva e lasciare riposare altri 15 minuti, circa. Completare con il sale e le erbe ed infornare in forno caldo finché non si dorano.

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