Category

con i bambini

Category

Paste di meliga

Come suonava quella faccenda che non tutte le ciambelle riescono col buco?

Partiamo a volte con le migliori intenzioni, anche se non sempre con l’attrezzatura giusta, poi finisce che ci perdiamo per strada.
Così in un pomeriggio un poco noioso, dopo che nei giorni scorsi riordinando la credenza è saltato fuori un mezzo pacchetto di farina di mais, decidiamo che è l’ora finalmente di impastare le paste di meliga.

Per chi non lo sapesse sono biscotti deliziosi, friabili e burrosi al punto giusto, piemontesi come molti altri della tradizione italiana. Hanno una forma semplice ma leziosa, acciambellati e striati come piccole coroncine.

Gli ingredienti sono semplici: farina, fioretto di mais, burro, uova, zucchero o miele. Ma l’impasto ha le sue insidie, soprattutto se non si possiede ancora (!) un sac-à-poche come si deve… così dopo aver sacramentato in sette lingue ho fatto quel che ho potuto con la bocchetta e il dito, roba un poco primitiva e con un certo piacere regressivo.

Ma quando poi è arrivata Anna a dire “Mamma cosa fai? Posso giocare?” ho fatto veloce veloce a dire: “scegli una formina!” e lei, ravanando in una scatola di latta ripiena di ogni forma animale conosciuta e non, ha sorvolato su farfalle, pipistrelli, balene, dromedari, bacchette magiche, fiori e fauna, ha rinunciato al cavallo di Pippi Calzelunghe, a Sant Jordi (che è stato a lungo il suo preferito) ed ha scelto la formina più semplice di tutte, quella a forma, appunto, di biscotto.

Così le paste di meliga son diventati biscotti come carte da gioco. Senza striature ma buonissimi e anche se so che deve essere suggestione, mi sembra che nella forma distesa abbiano un gusto diverso che in coroncina.

Capita anche a voi che la forma cambi il sapore?

La ricetta
200 g di farina di mais (fioretto)
200 g di farina 00
200 g di burro
1 uovo + 1 tuorlo
160 g di zucchero semolato
1 cucchiaino di lievito in polvere
la scorza grattugiata di mezzo limone

Settaciate le farine, aggiungete lo zucchero, il lievito e la scorza di limone. Incorporate il burro morbido e infine le uova. Otterrete un composto piuttosto sodo ma un poco appiccicoso. Se avete un sac à poche degno di questo nome montate la bocchetta a stella (grande), riempitelo di impasto e formate sulla teglia del forno rivestita di carta antiaderente delle ciambelline. Altrimenti potete aggiungere un poco di farina bianca sul piano di lavoro, lavorare leggremente l’impasto, stenderlo e ritagliate le forme che preferite. Cuocere in forno ventilato a 160°C-180°C per circa 10 minuti, ma sorvegliando bene che non prendano troppo colore. Lasciate raffreddare perfettamente prima di manipolare i biscotti perché così termineranno di indurirsi.

la trippa, quella finta

Lavorando sulle cucine regionali italiane spesso, anzi spessissimo ci siamo imbattuti nella trippa, nobile quinto quarto di lunga tradizione. E intorno alla trippa, regolarmente, si verifica il medesimo sorprendente fenomeno: la ricetta è sempre sostanzialmente la stessa, ma ogni contrada le regala il suo nome, convinta in cuor suo che si tratti di un unicum, di un prodotto autoctono.
 

I biscotti di don Pepito e di don Josè

Qualche volta quando si inizia a giocare non c’è modo di fermarsi. Cominci in un punto qualsiasi, afferrando il lembo di un pensiero e tirando forte, sperando senza nemmeno saperlo di far cadere dal tavolo tutta la noia di un pomeriggio girato un po’ male. E così, proprio così ci è capitato con questi biscotti che volevo fare da una vita senza mai trovare nè il tempo nè la strada e che si sono alla fine animati di quel che c’era.

tartufi di avocado

Qui ultimamente con i dolci ci andiamo piano. Lo zucchero si è trasformato in uno spauracchio da marameo: si affaccia tra gli ingredienti e fa un buuu! tremendo… tutti corrono a nascondersi, il Fotografo per primo, lui che ha passato tutta la sua prima giovinezza a difendere le dosi alte per principio… se si chiamano dolci, una ragione ci sarà.

come una giraffa

Lo confesso: l’ho avuta sempre (e molto, molto prima di iniziare a cucinare)  un’antipatia viscerale per tutto ciò che in cucina è (anche vagamente) figurativo . Pomodorini travestiti da funghetti, pulcini di uovo e baffi di erba cipollina mi hanno fatto sempre più paura che tenerezza. Ma ognuno, si sa, ha le sue debolezze, i suoi traumi, i suoi mai e poi mai.

cake di polenta e limone

La casa di Marie è un porto di mare. Si parla (spesso) francese, (qualche volta) inglese, (all’occasione) giapponese, e (sempre) un franco-italiano con inflessione toscana mescolato a un italiano con leggera cadenza Roma-nord.
La cucina ne risente. Il forno è sempre acceso, la dispensa colma, la terrazza ormai un appendice di vita domestica.

In questa casa all’inizio di una primavera poco primavera sono sbarcati, direttamente da Parigi, Valérie e la sua famiglia.
Ma Jean Pierre, le mani e gli occhi di illustratore, è  intollerante al glutine e ha durato fatica in una Roma gonfia di paste e carboidrati.
Marie non sapeva bene da che parte girarsi e solo il giorno della partenza ha scovato su un numero di Saveurs questo cake sglutinato e a perfetto tema italiano.

fragole e camomilla

Delle fragole sono noti i matrimoni classici (fragole e panna ça va sans dire, e pure fragole e cioccolato) ma anche quelli che, almeno un tempo, sono sembrati estrosi, persino irriverenti (fragole e aceto balsamico, oppure fragole e parmigiano che andava tanto nei tardi anni ’80 con pure lo champagne).
Ma se poi si trovano vicini (per caso, tocca ammetterlo!) nello stesso banco di cucina quel frutto rosso e quel fiore romantico? Sorpresa. E vorresti averci pensato prima.

i ghiaccioli di Anna

Quanti gelati si possono mangiare in un giorno? Quanti no, quanti sì, quanta autonomia tra il domandare e lo spalancare da sola la porta del frigo basso?
Mamma voglio un ghiacciolo, facciamo i ghiaccioli, compriamo le fragole, ci mettiamo il lattuccio speciale, controllo io se sono pronti, voglio ultimo, ultimissimo, lo mangio mentre guardo la Pimpa, ecco il bastoncino lo mettiamo a lavare…

i biscotti di sant jordi

Sabato qui è stata festa. Non è che a Barcellona sia esattamente una cosa rara, visto che ogni scusa è buona per spassarsela, ma alla festa di Sant Jordi siamo affezionati in modo particolare. è un giorno di sole in cui la città si veste di rose e di libri, festeggiando insieme due idee romatiche che insieme stanno benissimo.

Così, visto che la leggenda recita draghi, principesse, cavalieri ci siamo messi a far biscotti da portare con un giorno di anticipo all’asilo. Avevamo castelli, molte spade e cavalieri a cavallo (gli stessi a dir la verità che erano serviti per San Martino, ma tant’è…) ci mancavano draghi, principesse e rose, ma per l’anno prossimo ci organizzeremo.

Pin It