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Barcellona

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Manjar blanc

La prima volta che l’ho adocchiato nel menù di merende della granja della calle Pallaressa, qui a Barcellona, ho pensato che mi prendessero in giro.

Il Bincomangiare (cioè il mangiarbianco al contrario) è una cosa siciliana, una cosa della mia infanzia e ancora di più di quella della mia mamma! Che ci fa a Barcellona?

Forse quella è stata la prima volta, ma di certo non l’unica e non l’ultima. Anzi è successo spesso, e spesso (ma non solo) con i dolci… ma come? ma queste non sono le ‘ngiambelline delle zie di Caltagirone? e queste non sono le pastine da tè che portava la zia Concettina dalla nonna ad ogni visita?
Tra la Catalunya e la Sicilia ci sono molte cose in comune, che forse sono transitate per la corte aragonese, per la tradizione dei dolci conventuali o per l’influenza ugualmente forte della cultura araba e dei suoi profumi.

Fatto sta che il manjar blac è dolce tradizionale, anzi tradizionalissimo qui in Catalunya , così come in Sicilia. Ha una chiara origine medievale ma è ancora vispissimo, anche se, proprio come succede anche in Sicilia, oggi prevalgono le versioni con il latte vaccino e la farina di riso.
Forse per colpa della cura che richiedono le mandorle, ma a me sembra che non ci siano paragoni.

Prendetevi la briga di partire dalla preparazione del latte di mandorla (che per altro con il frullatore si fa in un minuto), di metterci i giusti profumi e vedrete che il mangiare bianco o il bianco mangiare, per quanto medievale sia, non ha smesso di dire tutto quel che ha da dire.

Noi lo abbiamo rifatto per Sant Jordi, modificando un poco la ricetta del nostro libro delle merende a Barcellona (se no che gusto c’è?) ed è finito dritto dritto nel libro che il Fotografo ha cucito assieme ad altri talentuosissimi instragrammers per onorare la festa dei libri e delle rose, che quest’anno abbiamo trascorso alla finestra.

Ne volete una copia? sbirciate in instagram e scoprirete come.

https://www.instagram.com/lacucinadicalycanthus/

https://www.instagram.com/maurizio.maurizi.fotografia/?hl=it

La ricetta

200 g di mandorle
500 ml di acqua (più o meno)
25 g di amido di mais o di frumento
80 g di zucchero
la scorza di un limone non trattato
cannella (facoltativo)
acqua di rose (facoltativo)

Con l’aiuto del frullatore, o anche del minipimer, frullate le mandorle assieme all’acqua. Lasciate quindi riposare il composto in frigorifero per una notte. Al mattino filtrate attraverso un colino a maglie fitte, o meglio ancora attraverso una garza di cotone. Otterrete un profumato latte di mandorla.
Raccoglietelo in un pentolino tenendone mezza tazzina da parte. Aggiungete lo zucchero, la scorza di limone e se la usate la cannella, portate al primo bollore quindi spegnete. Nella tazzina con il latte di mandorla tenuto da parte mescolate l’amido e aggiungete se vi piace un cucchiaino di acqua di rose, mescolate bene per evitare grumi quindi versate nel pentolino. Mettete sul fuoco dolcissimo e mescolando con grande attenzione fate addensare. Versate negli stampi e lasciate raffreddare.


the old kitchen

Basterebbe il nome a farci sentire a casa, ma dentro e attorno a The Old Kitchen c’è molto e molto di più.
Appena sbarcati a Barcellona, quando c’era una casa tutta vuota che cercava la sua forma, il Mercantic a Sant Cugat fu un luogo di meraviglie. Ci andavamo a “pascolare” tutte le domeniche e anche i giorni normali, con una bimba così piccina che era un fagottino addormentato al calduccio mentre sceglievamo i tavoli, le sedie, il lampadario dove apparechiare la nostra vita qui.
E al Mercantic, in una parada proprio all’ingresso del “paradiso” abbiamo incontrato per la prima volta questa “vecchia cucina”. Incanto di Cecilia e della sua mamma, che da anni ne hanno fatto un progetto di stile e di vita.

una colazione italiana al Caelum

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Qualche volta le caffettiere ballano, soprattutto quando la colazione si fa sotto un Cielo speciale.
Piccolo appunto per segnarsi in agenda la data (domenica 8 maggio), e il luogo (quella meravigliosa delicata magia che è il Caelum qui a Barcellona)

la pasticceria (italiana) di gracia

A guardarlo bene, misurandolo nell’esperienza dei propri passi, il mondo è molto più piccolo di quello che sembra a considerarlo disegnato sul mappamondo. Gira e rigira i destini si incrociano, i percorsi si intrecciamo e qualche volta anche i luoghi si sovrappongono.
Tutto questo per raccontare di una pasticceria nuova nuova, che ha aperto nel quartiere di Gracia, qui a Barcellona pochi, anzi pochissimi giorni fa.

i biscotti di sant jordi

Sabato qui è stata festa. Non è che a Barcellona sia esattamente una cosa rara, visto che ogni scusa è buona per spassarsela, ma alla festa di Sant Jordi siamo affezionati in modo particolare. è un giorno di sole in cui la città si veste di rose e di libri, festeggiando insieme due idee romatiche che insieme stanno benissimo.

Così, visto che la leggenda recita draghi, principesse, cavalieri ci siamo messi a far biscotti da portare con un giorno di anticipo all’asilo. Avevamo castelli, molte spade e cavalieri a cavallo (gli stessi a dir la verità che erano serviti per San Martino, ma tant’è…) ci mancavano draghi, principesse e rose, ma per l’anno prossimo ci organizzeremo.

bodega la palma

Qui sembra di stare nella storia di Pinocchio, perché la Bodega in questione, che di nome fa La palma, sta pericolosamente ubicata nei percorsi ligi e quotidiani che da casa ci portano a scuola (di Anna) e da scuola a casa. C’è da dire che per fortuna i nostri orari coincidono poco con i suoi, che in generale, cioè, è ancora chiusa all’andata e quasi chiusa al ritorno, per il riposo tra il servizio di mezza giornata e quello della notte. Ma di scuse ce ne sono sempre comunque tante, anzi troppe per fermarsi:  bombe, Vermuth, croquetas e Gandesa.

taste all those

Barcellona è un posto dove, in generale, se un qualche fenomeno è giocoso, divertente, easy…. attecchisce. Qui si trovano i mezzi di locomozione più assurdi, qui si va al mare da marzo a novembre e si balla tutte le domeniche sul sagrato della cattedrale, qui si festeggiano tutti i santi possibili immaginabili e pure tutte le feste pagane. C’è sempre una scusa per ballare, bere e mangiare. Sempre: tutto l’anno e a tutte le età.
Ovvio che in tutto questo il cibo, in particolare quello “di strada”, sia uno spasso. Non tanto, non solo, o forse non più solamente nella pratica delle tapas e del tapear, che per altro le è ingiustamente attribuita (quando invece arriva da una Spagna diversa più capitale e pure pià meridionale), quanto nella velocità supersonica con la quale la città coglie i trends e risce ad appropiarsene con un fare naturale e tranquillo. Non c’è ansia, almeno apparente, nemmeno nei fenomeni più modaioli. Persino il veganismo, giusto per fare un esempio, si presenta più come un’opportunità accanto alle altre che non come un’occasione per fare a botte. Così in tutto il fiorire di mercatini, iniziative, week end ecologici di comida callejera gli hamburger stanno gomito a gomito con il crudismo vegano, i ramen (che sono in fortissima ascesa!) con il vermuth casero, la cucina messicana con la pasticceria francese (anche lei decisamente à la page). Poi xurros (o churros), marmellate organiche, empanadas, cibo affumicato di ogni sorta, fiori che non guastano mai e produttori, spesso micro, della porta accanto.

l’aringa in cappotto

Della cucina russa noi fin qui si sapeva ben poco. è toccato lasciare Roma e trasferirsi a Barcellona per cominciare ad avere assaggi dal vero e dal vivo di una tradizione ricchissima e stratificata. Cose misteriose: cioè andare a ovest e incontrare l’est.
In realtà spesso nella vita finisce che la geografia la facciano le persone: nel nostro caso Giulia e Luis, (di cui avevamo già parlato a proposito di una certa mousse di cioccolato vegan) e la zia Tatiana.
Russa, russissima ma trasferita a Murcia la zia Tatiana ha lavorato professionalmente in cucina e si è portata dietro la sua esperienza e la sua memoria infallibile. A lei dobbiamo al ricetta di un borsh superlativo (le cui istruzioni occupavano due pagine e mezza trascritte in cirillico, catalano e infine italiano) pubblicato nella nostra rubrica Allacciate i grembiuli sulla Cucina del Corriere qualche tempo fa. A lei dobbiamo anche questa suntosa aringa col cappotto, eseguita passo passo dalle manine pazienti di Giulia.

mercat de mercats

Settimana intensa a Barcellona, o forse semplicemente normale. Ma fatto è che da quando siamo rientrati al nostro cuarto primero non la smettiamo di correre di qui e di là , con la macchina fotografica sempre appresso, appesa al collo o ai manici del passeggino. Abbiamo cominciato con Eat-street di cui parleremo in dettaglio molto presto (visto che gli abbiamo dedicato uno sguardo un po ‘ speciale), poi questo fine settimana è stato il tempo della festa dei mercati, mercat de mercats, come dire mercati al quadrato. Ora noi per i mercati abbiamo una passione fuori scala, sono il luogo dove finiamo sempre a passeggiare con una ragione precisa ma anche senza, giusto così per sbirciare il brulichio della vita che li attraversa o perfino per ricaricarci da un cattivo umore. Per i mercati di Barcellona poi, l ‘innamoramento è conclamato visto che su queste pagine gli abbiamo dedicato un minuzioso censimento. Mercat de mercats, dunque. E proprio nella piazza della cattedrale, dove passiamo e ripassiamo anche senza pensare.

la festa, il mercato e noi

è già tempo di valigie, quelle all’incontrario questa volta: quelle che da Barcellona ci riportano in Italia per le vacanze di questo scampolo di giugno che rimane e del luglio che ci aspetta siciliano. In mezzo ci sono una montagna di vestitini da stirare e da stipare in bagagli immancabilmente troppo piccoli, con un fotografo di sottofondo che pretende di viaggiar leggero: la macchina, il carica batterie e poco, pochissimo altro.
E direi che invece qui saremmo, sarei, di un’altra scuola: quella che pretende di traslocare mondi, di traghettarli interi da un continente all’altro. Mica solo scarpe e ammennicoli di femmine, ma anche cibo, nutrimenti, anima. Vorrei portare tutto, anche se è il tempo è breve e lo spazio poco: le mandorle marcona che qui sanno tostare come in nessun altro luogo del pianeta, la sobrassada dolce della butiffareria difronte a Santa Maria del Mar, per non dire dello zucchero scuro che profuma, dei banchi (per intero!) del pesce dove, con perizia e leggerezza, ti puliscono tutto, senza battere ciglio, anche quel chilo e mezzo di alici o la sogliola piccina per Anna che ne è ghiotta. Il mercato mi mancherà, il mercato più forse di altre cose e al pari dell’abitudine del mangiar sempre e ovunque, pesce, carne, mariscos y embutidos, todo siempre…

Così quando sabato sera abbiamo trovato il nostro mercato, quello di santa Caterina, aperto e in festa, ci è sembrato di poterla prendere sul personale. Ci sembrava insomma che se ci aveva accolti all’arrivo il Carnevale (sempre dentro al mercato…) ci diceva allegramente arrivederci, buone vacanze questa festa luminosa e gaia, folle e semplice come una favola.

sant ponç, le erbe y la calle

E dopo Sant Jordi venne Sant Ponç. Barcellona lo stiamo capendo (e vivendo da dentro) trova sempre una ragione per fare festa e in generale, sa far festa molto bene. In questo caso si trattava di erbe aromatiche e medicinali e del loro santo patrono, Sant Ponç appunto, che hanno invaso la calle de Hospital che dalla Rambla si inoltra nel Raval passando (visto che niente è per caso) dall’Accademia farmaceutica di Catalunia. Quelle strade sono state un tempo orti conventuali e lì vicino nasceva, proprio dall’esprorio di un convento, quel che sarebbe stata la Boqueria. Insomma le radici e le ragioni a cercarle ci sono sempre.

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