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Pull-apart cinnamon bread alle nocciole (con licoli)

Il nome è una cosa impossibile, ma da quando l’ho adocchiato sul libro di Linda Lomellino non me lo levavo dalla testa. L’occasione non veniva mai, poi c’è voluta la pandemia per capire che una ragione non serve, o meglio che una la si trova sempre.

Per metterla in cantiere, a parte una piccola dose di coraggio iniziale, c’è voluto un certo incrocio di ricette e di aggiustamenti, per cui alla fine la nostra ricetta non somiglia molto alla sua. La pasta è quella della torta delle rose del Sant Jordi di quest’anno, ma al posto del lievito di birra abbiamo usato licoli, cosa che ha comportato la consultazione di duemila tabelle in cui i numeri sembravano uscire a caso. Alla fine abbiamo fatto una media, ragionato per intuito e sembra che la cosa sia uscita bene.

La ricetta
per la pasta
120 g di licoli (oppure 3 g di lievito secco)
440 g di farina Manitoba (500 se usate lievito secco)
60 g di latte o di acqua (120 se usate lievito secco)
50 g di zucchero
40 g di burro morbido a pezzettini
3 uova
1 cucchiaio di grappa

per la farcitura
100 g di burro
90 g di panela
1 cucchiaio di cannella in polvere
40 g di nocciole tritate (o anche noci)

Setacciate la farina e sistematela nella ciotola della planetaria. In un’altra ciotola stemperate il licoli con l’acqua e aggiungete un cucchiaio di zucchero prelevato dai 50 g previsti per l’impasto (se lavorate con il lievito di birra meglio usare il latte: intiepiditelo ma senza che scotti, stemperateci il cucchiaio di zucchero e quindi li lievito secco).
Nella ciotola della planetaria mescolate la farina con lo zucchero rimanente, aggiungete la grappa e quindi il lievito. Lavorate a bassa velocità finché il composto non sarà omogeneo, quindi aggiungete un uovo alla volta lasciandolo incorporare bene. Quando l’impasto comincia a incordarsi aggiungete il burro morbido a pezzetti in tre volte, aspettando che sia perfettamente legato all’impasto. Aumentare la velocità e lavorare per circa 10 minuti. Corpire l’impasto e lasciare lievitare coperto finché non raddoppia (con il lievito di birra le cose saranno molto più rapide che non con il lievito madre, ma calcolate che in circa 3-4 ore dovreste esserci).
Nel frattempo preparate la farcia. Montate il burro morbido con lo zucchero, aggiungete la cannella in polvere e le nocciole tritate fini. Conservate a temperatura ambiente.
Una volta raddoppiato di volume riprendete l’imapsto, rovesciatelo sul piano leggermente infarinato e sgonfiatelo con delicatezza. Quindi stendetelo in un rettangolo di circa 48×30 cm e spalmateci sopra la farcia al burro. Il metodo di Linda Lomellino prevede di ricavare sei strisce di circa 8×30 cm per poi sovrapporle una sull’altra, tagliare quindi 6 quadrati e ottenere 6 pile da sei. Sembra complicato e forse un poco lo è, soprattutto perché maneggiandole le strisce di impasto si deformano un poco. Più semplicemente si può tagliare il rettangolo di impasto in strisce orizzontali e poi verticali in modo da ottenere dei quadrati più o meno regolari.
Si tratta quindi di raccoglierli e di impilarli un poco disordinatamente per poi sistemarli orizzontalmente in uno stampo da plum cake ben imburrato.
Un’ultima lievitazione sotto un panno pulito al riparo dalle correnti d’aria per almeno 2 ore, o comunque finchè l’impasto non sia ben cresciuto. Infornare a 170°C per 30 minuti nella parte bassa del forno, poi altri 10 a media altezza verificado che non scurisca troppo e nel caso coprendo con carta argentata.

I biscotti semintegrali di Barbara

Dalla metà di marzo facciamo scuola a casa. Un poco ci sentiamo fortunati perché è un anno particolare che guardiamo da vicino, la prima elementare, un poco arranchiamo cercando di tenere tutto insieme.

Lettere, numeri, maiuscolo, minuscolo, corsivo di corsa, i più, i meno, i numeri amici, e pure quelli nemici. Matematica e musica con il papà, catalano, castigliano, italiano e inglese (!) con la mamma, ma anche tutto insieme disegnando con i gessi sulla terrazza sopra la nostra testa, ritagliando le rose per Sant Jordi, o vestendo l’interpretazione casalinga de la menina di Picasso.

Tutto è molto strano, anche se allo strano ci si abitua.

E quello che mi pare di aver capito è che è bene che ognuno faccia la sua parte, anche quando gli tocca fare la parte di un altro. Non sono la maestra e se mi trovo ad insegnare bisogna che trovi un modo diverso per farlo.

Così facciamo con quel che abbiamo.
“Mamma ti aiuto?” Prende la sedia, sempre la più lontana dal piano di lavoro e la trascina senza aspettare risposta. Lo fa da quando aveva più o meno tre anni e mette le mani in pasta, rompe le uova, aziona la planetaria e mi scaccia con la mano perché vuol fare da sola. Abbasso i compiti semplici, qui dobbiamo fare sul serio!.


Allora contiamo le misure, sottraiamo la tara della bilancia, facciamo pile ordinate a base 10, traduciamo ogni ingrediente in tre lingue e leggiamo, da quest’anno leggiamo davvero.

Con la scusa che la mamma non vede senza occhiali leggiamo e rileggiamo ricette ed è arrivato il giorno in cui Anna ha dichiarato solennemente che il suo libro preferito è Facciamo colazione, di Barbara Toselli.

Lo porta sul lettone nei 10 minuti che ogni sera prima di dormire dedichiamo alla “lettura individuale”, ognuno con il suo libro preferito. Lei lo legge dalla prefazione in avanti, coscienziosissimamente, senza saltare, e al momento di scegliere quale ricetta fare ha puntato il dito su questi biscotti integrali con pepite di cioccolato e fior di sale. Come darle torto?

La ricetta è proprio quella di Barbara con solo qualche aggiustamento dovuto più che altro alla dispensa.

200 g di farina 00
200 di farina integrale (per noi tutta integrale)
100 g di pepite di cioccolato fondente
fior di sale in fiocchi
150 g di burro
250 g di zucchero grezzo Panela (Barbara usava 140 g di Muscovado e 140 g di Demerara)
1 uovo e 1 tuorlo
1/2 cucchiaino di lievito per dolci

Fondere il burro a bagnomaria (Anna adora questo nome…) e lasciare raffreddare. Montare lo zucchero con il burro tiepido, quando è cremoso unire l’uovo e il tuorlo e poi poco per volta la farina e il lievito. Alla fine incorporare le pepite di cioccolato fino ad ottenere un composto omogeneo. Prelevare porzioni di circa 45 g di impasto e formare delle pallette con i palmi delle mani; sistemarle su di una teglia foderata con carta da forno tenendole piuttosto distanziate. Appiattirle formando dei dischetti spessi circa 1 cm. Su ogni biscotto spolverizzare il fior di sale, premendo leggermente per far aderire. Far riposare la teglia in frigorifero per circa 30 minuti. Cuocere in forno caldo a 180°C per circa 10/15 minuti a seconda del vostro forno. Far raffreddare i biscotti prima di maniplarli.
Se non li finite subito potete conservarli in un contenitore ermetico per diversi giorni (noi li abbiamo condivisi con la vicina).

bignè rosa

Un sacchettino di polvere di barbabietola ha salvato il nostro fine settimana.

Me ne ero ovviamente dimenticata. Lo avevo comprato in una bancarella nella piazza di Oderzo, durante l’ultima (ma forse addirittura durante la penultima…) edizione dell’Oderzo Food Fest, piena di buoni propositi e poi sempre un po’ troppo di corsa per riuscire a portarli a capo.

Ma tant’è, il colore era irresistibile e qualcosa ci avrei fatto.

C’è voluta la pandemia, un fine settimana stanco e uggioso, due mesi di quarantene alle spalle e il perdurare infinito della fase 0, (sì, a Barcellona siamo ancora in fase 0, anzi ad essere precisi 0,5…) per capirlo davvero.

Perché pure in cucina ci si stanca, e sedurre una bambina di 6 anni (quasi 7) diventa sempre più difficile. Ma se ci mettiamo una polvere magica, di quel rosa che sta per smettere di adorare, le scappa un “davvero?” rotondo.

Per i bignè:

250 g di acqua
150 g di farina
100 di burro
4 uova
1 pizzico di sale

Mettere a bollire l’acqua con il burro e il pizzico di sale, quindi versare la farina tutta insieme, abbassare al minimo la fiamma e mescolare energicamente. Quando il composto inizia a staccarsi dalle pareti mescolare ancora per un paio di minuti per far cuocere la farina, quindi spegnere e lasciare raffreddare. Appena l’impasto sarà tiepido aggiungere un uovo alla volta, la pasta deve risultare liscia e omogenea. Con il sac à poche, o con due cucchiaini, disponete poca pasta alla volta in mucchietti circolari sulla placca del forno foderata di carta da forno, quindi cuocete in forno già caldo a 180°C per 20-25 minuti, finché i bignè si saranno gonfiati e ben dorati. Togliete dal forno e fate raffreddare completamente prima di manipolare.

per la ganache:

200 g di cioccolato bianco
100 g di panna
15 g di burro
1 cucchiaino di polvere di barbabietola

Ridurre il cioccolato in pezzetti piccoli e regolari. Portare a bollore la panna con il burro, spegnere, incorporare la polvere di babrabietola mescolando velocemente con una frusta quindi versare sul ciccolato. Amalgamare perfettamente e usarla per dipingere i bignè.

Nota: Qui in casa abbiamo mangiato i bignè così, senza farcitura perché su certe cose siamo un poco minimal, ma c’è chi avrebbe voluto panna senza zucchero e chi crema, e perfino chi avrebbe osato una Chantilly alle fragole.

Manjar blanc

La prima volta che l’ho adocchiato nel menù di merende della granja della calle Pallaressa, qui a Barcellona, ho pensato che mi prendessero in giro.

Il Bincomangiare (cioè il mangiarbianco al contrario) è una cosa siciliana, una cosa della mia infanzia e ancora di più di quella della mia mamma! Che ci fa a Barcellona?

Forse quella è stata la prima volta, ma di certo non l’unica e non l’ultima. Anzi è successo spesso, e spesso (ma non solo) con i dolci… ma come? ma queste non sono le ‘ngiambelline delle zie di Caltagirone? e queste non sono le pastine da tè che portava la zia Concettina dalla nonna ad ogni visita?
Tra la Catalunya e la Sicilia ci sono molte cose in comune, che forse sono transitate per la corte aragonese, per la tradizione dei dolci conventuali o per l’influenza ugualmente forte della cultura araba e dei suoi profumi.

Fatto sta che il manjar blac è dolce tradizionale, anzi tradizionalissimo qui in Catalunya , così come in Sicilia. Ha una chiara origine medievale ma è ancora vispissimo, anche se, proprio come succede anche in Sicilia, oggi prevalgono le versioni con il latte vaccino e la farina di riso.
Forse per colpa della cura che richiedono le mandorle, ma a me sembra che non ci siano paragoni.

Prendetevi la briga di partire dalla preparazione del latte di mandorla (che per altro con il frullatore si fa in un minuto), di metterci i giusti profumi e vedrete che il mangiare bianco o il bianco mangiare, per quanto medievale sia, non ha smesso di dire tutto quel che ha da dire.

Noi lo abbiamo rifatto per Sant Jordi, modificando un poco la ricetta del nostro libro delle merende a Barcellona (se no che gusto c’è?) ed è finito dritto dritto nel libro che il Fotografo ha cucito assieme ad altri talentuosissimi instragrammers per onorare la festa dei libri e delle rose, che quest’anno abbiamo trascorso alla finestra.

Ne volete una copia? sbirciate in instagram e scoprirete come.

https://www.instagram.com/lacucinadicalycanthus/

https://www.instagram.com/maurizio.maurizi.fotografia/?hl=it

La ricetta

200 g di mandorle
500 ml di acqua (più o meno)
25 g di amido di mais o di frumento
80 g di zucchero
la scorza di un limone non trattato
cannella (facoltativo)
acqua di rose (facoltativo)

Con l’aiuto del frullatore, o anche del minipimer, frullate le mandorle assieme all’acqua. Lasciate quindi riposare il composto in frigorifero per una notte. Al mattino filtrate attraverso un colino a maglie fitte, o meglio ancora attraverso una garza di cotone. Otterrete un profumato latte di mandorla.
Raccoglietelo in un pentolino tenendone mezza tazzina da parte. Aggiungete lo zucchero, la scorza di limone e se la usate la cannella, portate al primo bollore quindi spegnete. Nella tazzina con il latte di mandorla tenuto da parte mescolate l’amido e aggiungete se vi piace un cucchiaino di acqua di rose, mescolate bene per evitare grumi quindi versate nel pentolino. Mettete sul fuoco dolcissimo e mescolando con grande attenzione fate addensare. Versate negli stampi e lasciate raffreddare.


Lo strudel di compleanno di Giulia

La settimana scorsa è stato il compleanno di Giulia. La conosco da quando eravamo bambine, lei più di me, e negli anni ci siamo trovate sempre più accanto, anche se a distanza. In comune abbiamo Rovereto e una certa propensione al vagabondaggio. Lei ora vive a Berlino.

Da Berlino abbiamo festeggiato il suo compleanno, su Zoom come ora ci siamo abituati a fare. Cinquantadue finestrelle affettuose si accendevamo, cantavano, battevano le mani e ridevano felici di poter stare insieme almeno così, adesso. Abbiamo soffiato candeline, ascoltato Giulia cantare e suonare (l’uculele!) con Frau Ruth, abbiamo visto la luce di Berlino attraverso grandi finestre chiare, misurato con un pizzico di malinconia la distanza di questo compleanno diverso. Giulia ha fatto pure un discorso.

Ma il giorno prima Giulia ci aveva scritto, una lettera e una ricetta, proprio quella dello strudel di compleanno che aveva sfornato per sè (e virtualmente anche per noi). La riportiamo così, come l’abbiamo ricevuta e impastata qui a Barcellona.

“Ecco la mia ricetta dello Strudel di mele alla trentina.Tra poco ne sforno uno. Domani sarà il dolce per il mio compleanno, perché mi porta vicino alla cucina della mia mamma e alle mani delle mie nonne e domani voglio che a festeggiarmi idealmente ci siano anche loro. Mi è sempre piaciuto il nome della pasta che si usa in questa ricetta: la pasta matta. Inoltre ho scoperto che il mio Strudel piace molto a Frau Ruth, con la quale vivo qui a Berlino, le piace perché dice che “non è troppo dolce” e perché ama la cannella. Gli ingredienti sono semplici e si possono trovare con facilità. In queste settimane riuscire a fare un dolce con poco mi procura una soddisfazione prolungata, che attraversa tutti i passaggi con particolare piacere: dall’idea all’ultimo morso. Al posto delle classiche mele, chi volesse, potrà provare una versione con mele e pere oppure solo pere. Il risultato sarà più dolce e ugualmente squisito.


Gli ingredienti sono questi:
per la pasta matta
– 240 g di farina 00
– un uovo
– 100 g di burro (oppure 1 cucchiaio di olio)
– un pochino di grappa (facoltativo)
– un pizzico di sale
– un bicchiere di acqua fredda

per il ripieno
– 6/7 mele
– 2 cucchiai di pinoli
– 100 g di uvetta
– 1 cucchiaino di cannella in polvere
– 1 cucchiaio di miele
– la scorza di 1 limone grattugiata
– pane secco grattugiato

Disponi la farina in una ciotola, formando una conca al centro, mettici il sale, l’uovo (magari tieni da parte solo un po’ di tuorlo che userai per spennellare lo strudel prima di infornare, mescolato con un po’ di latte), il burro, la grappa. Cominci a mescolare con una mano aggiungendo a poco a poco l’acqua, impastando con le mani fino ad ottenere una pasta morbida ed elastica. La pasta conviene sia lavorata abbastanza a lungo, 4/5 minuti, su un piano leggermente infarinato. Avvolgi la pasta in un canovaccio e la lasci riposare per una mezz’ora in frigorifero.
Nel frattempo sbucci le mele e le tagli a tocchetti dentro un’altra ciotola, fatto ciò aggiungi tutti gli altri ingredienti, io vado sempre ad occhio con le quantità. Ti consiglio di lasciare macerare per qualche minuto il ripieno, affinché si mescolino bene tutti i sapori. Se le mele dovessero rilasciare troppo liquido usa il pane grattugiato per asciugare.
Riprendi la pasta e stendila sul canovaccio infarinato usando un mattarello, formando un rettangolo adatto alla lunghezza della teglia che userai per infornare. Una volta stesa la pasta disponi al centro il ripieno e coprilo con la pasta avvolgendolo per bene. Con l’aiuto del canovaccio disponi lo strudel nella teglia coperta con carta da forno. A questo punto puoi spennellare lo strudel con il mix di latte e uovo oppure infornare direttamente. Cottura in forno a 180° C per 45 minuti circa.

Grazie Giulia.

Il salame di cioccolato di Anna

Qui siamo di parte, e non ci sarebbe molto altro da dire. Sarà che chiusi in casa tutti e tre ci facciamo ognuno gli affari degli altri, ma questo salame di cioccolato con la ricetta della nonna Pina è diventato la scusa per fare i compiti e anche un poco di matematica.

La maestra ha mandato i suoi consigli ed anzi ha chiesto aiuto: mandatemi le vostre ricette che io a cucinare non sono molto brava, siate precisi mi raccomando!

Anna l’ha presa sul serio ed ha scelto la sua ricetta preferita, l’ha tradotta in catalano in simultanea e per fare le cose più precise ha pesato, mescolato, battuto a neve, spezzettato biscotti, gesticolato un poco e raccontato pure la storia della sua bisavia.

Il video è in catalano, con qualche errore di cui la mamma (e pure il papà) non si erano lontanamente accorti, ma sicuro che la maestra Judith riuscirà a eseguire la ricetta alla perfezione.

Se non siete forti in catalano, trovate la ricetta in italiano qui sotto, tra le primissime pubblicazioni di questo blog, quando ancora la nonna Pina ne aveva una scorta nel congelatore e lo chiamava saleme turco:
https://lacucinadicalycanthus.com/?p=140

I biscotti tedeschi di Claudia

Alle otto di ogni sera usciamo al balcone ad applaudire e a guardare negli occhi i vicini, anche se da lontano.

Viviamo nella piazza da sei anni e conosciamo ogni sfumatura di stagione, il rumore che faceva l’estate e tutta la vita della fontana che sta proprio al centro.
In questi anni, da maggio in poi, il nostro balcone è rimasto sempre praticamente aperto, facendo della piazza parte delle nostre giornate, un poco come un orologio, capace di orientarti quando sei distratto. Adesso nel silenzio del tempo sospeso la piazza sembra segnare solo un’ora: le otto, appunto, quando usciamo al balcone, alla finestra, sul terrazzo e battiamo le mani, ci affacciamo, sorridiamo, ci guardiamo e ci salutiamo. Sempre c’è qualcuno che prima di ritirarsi dietro la luce accesa della sua casa grida: Bona nit!

La tenerezza che provo per questo momento mi fa sentire parte di una cosa molto grande, che include l’Italia, l’Europa, il mondo smisurato che normalmente non si riesce a pensare, ma mi fa sentire anche qualcosa di molto più piccolo, il mio quartiere, il barrio, questa piazza, le mura romane, la scuola di Anna dietro l’angolo, le acacie, il gelataio con pianta come lo chiama Anna da quando aveva tre anni e naturalmente il negozio di Claudia.

Claudia è un’amica italiana, conosciuta per caso alla festa dell’asilo nido tedesco che Anna ha frequentato piccolissima, ma questo “per caso” era destinato ad essere “per forza”. Pochi mesi dopo le parole scambiate di corsa al parco, Claudia ha aperto il suo Konfetti kids proprio qui, così vicino da essere un’appendice di casa. Da allora sono state parole ogni giorno e pranzi un poco veloci tra le due e le tre, orario spagnolo.

Ora Konfetti è chiuso, la baixada silenziosa, come la piazza, se non alle otto della sera.
A noi mancano Claudia, Lili e Michi. Ci manca passare per un saluto, ci manca il pianoforte, l’altalena, l’accento italo-tedesco di Lili, le feste, le lucine, le novità e anche le cose sempre uguali.

Sappiamo che sono vicini, appena dietro la Layetana, ma ci sentiamo solo per telefono o con tutti i mezzi con cui sentiamo noi la nostra famiglia italiana e loro la loro italo-tedesca. Lo spazio è sospeso per tutti, 500 metri o 5000 chilometri sono (quasi) lo stesso in questo tempo strano.

Così aspettando che Konfetti riapra, che la piazza si riempia di voci, che torni la vita di tutte le ore, Claudia ci ha dato la ricetta della Oma, la nonna di Lili, che possiamo fare qui, come nella casa del Born, a Berlino, a Bergamo, o a Roma.

“Proprio ieri abbiamo festeggiato il nostro anniversario di vita a Barcellona: tre anni, che sono volati.In questi tre anni ci siamo abituati ad avere il mare dietro l’angolo, il cielo quasi sempre blu e tante persone bellissime con cui chiacchierare per le strade del barrio.
Quando la mia famiglia a Bergamo ha cominciato la quarantena, sono iniziate le preoccupazioni e dopo una decina di giorni é arrivato l’obbligo, anche per noi, di stare in casa.
Con nostra figlia Lilien di cinque anni appena compiuti le giornate trascorrono tra lavoretti più o meno elaborati, avventurose escursioni al terrazzo e quando possibile un po’ di lavoro da casa (grazie anche al prezioso aiuto della Patrulla Canina).Visto che mio marito non é grande amante dei dolci, sto cercando di limitare la produzione di torte e biscotti… anche se ogni tanto qualche teglia viene inevitabilmente sfornata! I makronen sono probabilmente la cosa più semplice e sfiziosa che si possa preparare e questa é la ricetta della Oma (nonna, in tedesco) di Lilien. Nonostante la nuova routine sia meno drammatica del previsto, spero di poter tornare presto a bere il caffè al bar accanto al mio negozietto, ciarlare con i vicini e passeggiare per le viuzze della città con il naso all’insù”.

Claudia.

La ricetta

Makronen alla nocciola

250 g nocciole tritate,
250 g zucchero,
1 pacchetto di zucchero vanigliato,
3 Bianchi d’uovo ( 120 g)
Per guarnizione: 45 Nocciole

Montare a neve il bianco d’uovo ed unirlo allo zucchero. Aggiungere le nocciole tritate e fare delle palline aiutandosi con due cucchiaini.
Sistemare le palline su carta da forno e guarnire ciascun makron con una nocciola. Infornare a fuoco moderato per 40 minuti. Una volta tolti dal forno e raggiunta la temperatura ambiente, spolverare con zucchero vanigliato.

Nota: noi abbiamo omesso lo zucchero a velo perchè non lo avevamo, ed abbiamo provato anche una versione in pirottini che è piaciuta molto ad Anna…

Konfetti è ovviamente chiuso, ma funziona il negozio on line, date un’occhiata e scoprirete cose bellissime: https://www.konfetti-kids.com/

Mousse al cioccolato con l’acquafaba

Qui c’è da gridare al miracolo. E infatti c’è chi da anni l’ha scoperta e la prova e la riprova, noi qui, che siamo un poco lenti su certe cose, ci abbiamo messo il nostro tempo e l’acquafaba l’abbiamo “scoperta” davvero poco, anzi pochissimo tempo fa.

L’acquafaba altro non è che l’acqua di cottura dei ceci, o acqua di governo, come si diceva con un termine così desueto che mi ha sempre affascinato.

Qualche settimana fa, quando ancora si usciva e tutti questi giorni non erano immaginabili nemmeno dalla più distopica delle immaginazioni, mi ero decisa.
Dietro al mercato di Santa Caterina c’è un negozietto piccolo, piccolo di quelli che stanno lì da tutta la vita (e che speriamo di ritrovare lì, dove stava…), ci vendono solo legumi cotti (e crudi): arrivano in ciotoloni fumanti e c’è sempre la coda per portarsene a casa un cartoccio triangolare che scalda le mani. Costano poco, sono buonissimi, comodissimi e cotti con una perfezione che io non sono in grado di raggiungere, per cui spesso mi fermo (nonostante la coda…) e aspetto pazientemente il mio turno, sbirciando la libreria per bambini che sta difronte ed ascoltando le hit anni Ottanta che arrivano assieme al fumo dalla piccola cucina sul retro. In genere compro cigrons (ceci) o mengetes de santa Pau (fagioli tipo cannellini). E l’ultima volta, propio l’ultima volta che ci sono stata, sporgendomi sul bancone nell’idioma ibrido mezzo catalano, mezzo castigliano e molto italiano che uso qui ho chiesto che mi dessero anche un poco del brodo di cottura.
Naturalmente non mi hanno capita, meno male che brandivo un barattolo di vetro vuoto come ho visto fare alle signore qui, e questo deve essere bastato. Son tornata a casa con i miei ceci e l’acqua di cottura.

Avevo le idee chiare ma dubbi molti. Non monterà, e invece…

Prendete l’acqua di cottura ben fredda di frigo, aggiungete un paio di gocce di limone e otterrete questa cosa qui:

Da lì in poi decidete voi cosa fare, ma per me mousse al ciccolato è la risposta. Soprattutto di questi tempi.

Non troverete che vantaggi: cuocerete i ceci a casa, non butterete l’acqua e mangerete una mousse che in fondo non ha bisogno di nulla, per me nemmeno di zucchero. Senza un grammo di senso di colpa.

La ricetta

200 g di cioccolato fondente (per me 81%)
140 g di acqua faba fredda di frigo
1 cucchiaino di succo di limone

Nota preliminare: Se volete andare sul classico ricordatevi di cuocere i ceci senza aggiungere sale (a casa nostra viene facile perché il Fotografo ha eliminato il sale) e in acqua molto abbondante, in modo che ve ne rimanga quando i ceci saranno pronti.
Se invece salate l’acqua non disperate, la prima volta ho usato acqua faba salata e a me quel punto di sale nella mousse al ciccolato piace. L’acqua deve comunque essere abbondante. Ovvio. Filtratela e conservatela in frigorifero.

Sciogliete il ciccolato a bagnomaria e lasciate che si intiepidisca. Montate l’acqua con il succo di limone alla massima velocità con la planetaria o anche con le fruste elettriche, abbiate fiducia e vederete che monterà.
Incorporate poco per volta il cioccolato con una spatola, muovendo dal basso verso l’alto. Quando avrete ottenuto un composto omogeneo sistemate nelle tazzine, nei bicchieri o dove volete e conservate in frigo per almeno un paio d’ore.

Paste di meliga

Come suonava quella faccenda che non tutte le ciambelle riescono col buco?

Partiamo a volte con le migliori intenzioni, anche se non sempre con l’attrezzatura giusta, poi finisce che ci perdiamo per strada.
Così in un pomeriggio un poco noioso, dopo che nei giorni scorsi riordinando la credenza è saltato fuori un mezzo pacchetto di farina di mais, decidiamo che è l’ora finalmente di impastare le paste di meliga.

Per chi non lo sapesse sono biscotti deliziosi, friabili e burrosi al punto giusto, piemontesi come molti altri della tradizione italiana. Hanno una forma semplice ma leziosa, acciambellati e striati come piccole coroncine.

Gli ingredienti sono semplici: farina, fioretto di mais, burro, uova, zucchero o miele. Ma l’impasto ha le sue insidie, soprattutto se non si possiede ancora (!) un sac-à-poche come si deve… così dopo aver sacramentato in sette lingue ho fatto quel che ho potuto con la bocchetta e il dito, roba un poco primitiva e con un certo piacere regressivo.

Ma quando poi è arrivata Anna a dire “Mamma cosa fai? Posso giocare?” ho fatto veloce veloce a dire: “scegli una formina!” e lei, ravanando in una scatola di latta ripiena di ogni forma animale conosciuta e non, ha sorvolato su farfalle, pipistrelli, balene, dromedari, bacchette magiche, fiori e fauna, ha rinunciato al cavallo di Pippi Calzelunghe, a Sant Jordi (che è stato a lungo il suo preferito) ed ha scelto la formina più semplice di tutte, quella a forma, appunto, di biscotto.

Così le paste di meliga son diventati biscotti come carte da gioco. Senza striature ma buonissimi e anche se so che deve essere suggestione, mi sembra che nella forma distesa abbiano un gusto diverso che in coroncina.

Capita anche a voi che la forma cambi il sapore?

La ricetta
200 g di farina di mais (fioretto)
200 g di farina 00
200 g di burro
1 uovo + 1 tuorlo
160 g di zucchero semolato
1 cucchiaino di lievito in polvere
la scorza grattugiata di mezzo limone

Settaciate le farine, aggiungete lo zucchero, il lievito e la scorza di limone. Incorporate il burro morbido e infine le uova. Otterrete un composto piuttosto sodo ma un poco appiccicoso. Se avete un sac à poche degno di questo nome montate la bocchetta a stella (grande), riempitelo di impasto e formate sulla teglia del forno rivestita di carta antiaderente delle ciambelline. Altrimenti potete aggiungere un poco di farina bianca sul piano di lavoro, lavorare leggremente l’impasto, stenderlo e ritagliate le forme che preferite. Cuocere in forno ventilato a 160°C-180°C per circa 10 minuti, ma sorvegliando bene che non prendano troppo colore. Lasciate raffreddare perfettamente prima di manipolare i biscotti perché così termineranno di indurirsi.

cheese cake giapponese

È tempo di peonie, ed è tempo di compleanni, sarebbe anche primavera ma su questo punto viviamo geografie lontanissime: a Barcellona un maggio frescolino ma luminoso, a Roma un cupo novembre.

Il Fotografo non se ne fa una ragione, e ogni lunedì all’alba parte malmostoso andando incontro a cicloni, acquazzoni e soprattutto un freddo che vive come un affronto personale. Lo consola almeno un poco sapare che il mercoledì rientrerà alla base cercando di non portarsi l’acqua nelle scarpe e sempre con qualche piccolo regalo che viaggia in sù e in giù, incurante dei confini spazio temporali.

La settimana passata si portava (più o meno inconsapevolmente) questa delizia candida e sofficissima che la Marie gi ha infilato nello zaino con tutto lo stampo.

Un cheesecake (o una cheesecake che dir si voglia) ma in versione giapponese, che la Marie ha imparato però a Trastevere, propio a pochi passi da Piazza San Cosimato, in via Mameli, da Ottagoni (che è negozio di cucine ma anche luogo di corsi e presentazioni dove una volta abbiamo fatto noi una gara di crostate…).
La Marie ci va particolarmente di buon umore quando c’è Giovanni Solfrizzi della pasticceria Le Levain, che sta pure lui a pochi minuti da San Cosimato. Insomma roba giapponese ma tutta trasteverina!

Japanese Cheese cake

Per uno stampo piccolo da 15 cm di diametro

Ingredienti
50 g di latte
30 g di burro
125 g di philadelphia3 tuorli
3 albumi
la buccia di un limone non trattato
10 g di maizena
30 g di farina 00
1 g di fiore di sale
60 g di zucchero

Riscaldare il latte con il burro e la philadelphia a bagnomaria. Dopodiché fuori dalla fiamma, aggiungere i tuorli, il sale e la buccia di limone. Setacciare la farina e l’amido ed aggiungere al composto. Infine montare a neve albumi e zucchero con una consistenza ferma ma non rigida ed amalgamare i due composti senza smontarli.
Foderare in modo accurato per evitare le pieghe della carta forno.
Versare il composto nella teglia e cuocere a forno statico a 165 gradi per un’ora a bagno maria.

Una torta per Sant Ponç

Sant Ponç è una delle feste di Barcellona che più amiamo. è meno conosciuta del romatico San Jordi e della magica notte di San Juan, però è uno di quegli appuntamenti che dà ritmo alla stagione della città.

Anche oggi che il tempo sembra reso tutto un po’ uguale, senza più attese, senza quasi calendario una festa come quella di San Ponç fa ricordare che fino a poco tempo fa anche la città viveva, attraverso le fiere, il ritmo di un anno ancora agricolo.

A Sant Ponç arrivano le erbe aromatiche, il miele, la frutta candita. Si comprano rami di erbe profumate che si bruceranno nei falò di San Juan, ma soprattutto si comprano i canditi, la cotognata, le miscele di spezie e gli infusi che dureranno un anno intero.

Noi siamo tornati a casa con il nostro bottino di camomilla, lavanda, eucalipto e canditi. La casa profuma.

La torta dedicata a Sant Ponç non è che una sorta di pan di Spagna (che qui ovviamente non si chiama così, ma prosaicamente bizcocho), ma di quelle a colpo sicuro, con i trucchi inclusi che ho imparato non ricordo nemmeno più dove in una notte di insonnia in rete.

La ricetta
5 uova
250 g di farina
250 g di zucchero
50 ml di infuso di camomilla (forte)
25 ml di olio extravergine di oliva
8 g di lievito
1 pizzico di sale

per una teglia di circa 22 cm di diametro

Montare le chiare con il sale, quando incominciano a montare incorporare la metà dello zucchero e continuare a montare fino ad avere una neve ferma.
A parte battere i tuorli con il resto dello zucchero e i liquidi (freddi!), una volta ben omogeneo aggiungere al composto la farina setacciata con il lievito. Mescolare perfettamente e incorporare con delicatezza gli albumi montati. Versare nello stampo a cerniera imburrato benissimo, battere leggermente e cuocere a forno basso 160-170°c per circa 50 minuti/1 ora.

È uno ottima base per farne poi ciò che volete: ciambellone da colazione o torta da farcire a strati. Viva San Ponzio!

banana bread integrale di Rocio

Stiamo per celebrare il nostro 11 compleanno, ma per quello ci vorrà una torta a vari strati e ricoperta di panna!

Questo pane invece è assolutamente senza zucchero, integrale e integralista, healthy certificato, ma pieno di cose buone! Spezie, semi, cioccolata (senza zucchero eh), e naturalmente banane.

Anna lo mangia con marmellata di fragole spalmata sopra, ma il Fotografo (che è integralista per davvero) ci fa merenda, la inzuppa nel te verde (Matcha e Sencha miscelati) senza zucchero e ha il coraggio di dire che è troppo dolce se le banane sono un minimo mature! Che si deve sentire e che si deve pensare… se (solo) 11 anni (!!) fa era lui quello che accusava i dolci, sfornati dalla casa, di non essere mai sufficientemente dolci: “se si chiamano dolci, un motivo ci sarà” boffonchiava…

…che la lezione ci serva per ricordare che tutto, ma proprio tutto cambia, o può cambiare!

La ricetta è ispirata ad una di Rocío @mamizenmamizen con un po’ di variazioni.

La ricetta (versione integralista)
2 cup di farina integrale di farro
1 cup di latte vegetale
1 cucchiaio di cacao amaro
1 banana matura sciacciata con poco limone
1 cucchiaio di chia macinata + 3 cucchiai di acqua
1 albume (facoltativo)
2 cucchiai di olio di cocco
1 cucchiaino di cannella
1 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di psylium
1 pizzico di spezie dolci (cardamomo, zenzero, ecc)
un pugno di noci
un pugno di fave di cacao tritate

per decorare:
1 banana divisa in due nel senso della lunghezza
fave di cacao

Mescolare la farina, il cacao, il psylium, le spezie e il bicarbonato. Tritare la chia e aggiungere l’acqua in modo che gonfi. Sciacciare una banana con la forchetta e spruzzare leggermente di limone.
Montare l’albume a neve se si utilizza.
Aggiungere la banana, la chia e l’albume agli ingredienti secchi e amalgamare bene, aggiungere il latte e mescolare con una spatola fino ad ottenere un composto omogeneo. Unire le noci e le fave di cacao.
Versare in uno stampo da plum cake rivestito di carta da forno, appoggiare sopra la banana tagliata in due nel senso della lunghezza e decorare con la granella di fave di cacao.
infornare in forno già caldo a 180°C per 50/60 minuti. Lasciar raffreddare prima di sformare e tagliare.


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