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Il re dei Carnestoltes e la Santa Eulalia

Quando ci chiedono perché viviamo a Barcellona possiamo provare a divagare, a pescare a caso nelle tasche risposte generiche, o rispondere tutto di un fiato la verità: perché ci piace.
Bella forza, che banalità! con questo si finisce diritti diritti in quel tunnel angoscioso di quando eravamo bambini con la maestra che dice che tocca spiegare perché: dire solo “mi piace” (o peggio  ancora “perché mi piace”) non va bene, non basta, bisogna argomentare, trovare le ragioni, fare l’analisi e poi lo svolgimento.

brodo di gusci

In principio era il problema di non sprecare i bianchi, più raramente i rossi. Colpa di ricette “squilibrate”  in cui di un uovo si fa un’imprecisa metà e che poi le dosi, spesso generose, moltiplicano esponenzialmente. Risultato barattoli di albumi nel frigo o anche nel congelatore, progetti qualche volta incompiuti, tante meringhe e più recentemente la delizia dei financier.

konfetti

Sembra grande e forse lo è, ma Barcelllona è almeno per noi un universo piccolo, grande come un nido. Viviamo vicino al mare, vicino alla Layetana, addossati alla muraglia romana e ci muoviamo  per lo più a piedi, qualche volta in bicicletta, tra il mercato, la scuola, gli indirizzi diventati certi in questi anni. Ma Barcellona è piccola per noi soprattutto perché ci permette ancora di farci degli amici, di abitare le coincidenze, di scoprire quanto piccolo può essere il mondo senza diventare per nulla stretto!

Cavalcada dels Tres Tombs

Barcellona è così. Non resiste, è più forte di lei e si “inventa” per ogni fine settimana caduto in terra, sia estate calorosa o teorico inverno (come quest’anno…) una festa, una ragione, una scusa per uscire, stare insieme, mangiare, bere, suonare e spesso ballare e sparare petardi.

Un anno nuovo di zecca

Siamo tornati! E ci abbiamo messo, al solito, il nostro tempo.
E tutto questo, in questa sola riga stretta, potrebbe portare con sé capitoli e capitoli di digressioni ed analisi, a cavallo tra la privata dimensione delle nostre vite e l’orizzonte condiviso della rete e delle reti: che ne è stato dei blog? Delle blogger? Della cucina? Della condivisione? Che ne è stato di noi?
Vale la pena o non ne vale la pena? Contano ancora le parole? Viene ora solo e soltanto l’immagine che dice, non dice, suggerisce, gioca a nascondino, dura (spesso) il tempo di un battito di ciglia?

Non abbiamo ovviamente risposte, se non le esigenze che sono nostre. Ci sembra che ci sia ancora molto da dire e ci sembra che i cammini non debbano per forza seprararsi, che le parole possano appoggiarsi alle immagini, scorrere loro accanto, darsi la mano.

Su questa scommessa abbiamo infondo inventato le pagine di questo blog e costruito una vita in comune, fatta di amicizia e di amore, con mille scossoni, litigate e inciampi, con lunghe, lunghissime pause e con anche la necessità di strarsene, a volte, in silenzio.

Una libertà, quella di fermarsi, che ci siamo presi con libertà, come ci prendiamo quella di ripartire, perché le strade non sono sempre dritte nella vita come nel Chianti, dove abbiamo passato una manciata di giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno.

Lì sta una delle radici della Cucina di Calycanthus, lì sta l’infazia di Marie che sorride abbracciata a se stessa nella foto che ha scelto per il nuovo “chi siamo” da cui ripartiamo. Lì c’era, come sempre, una luce di meraviglia, la dolcezza di un paesaggio a cui non ci si abitua, il calore del camino sempre accesso nella sua famiglia grande, grandissima. Abbiamo passeggiato e mangiato (soprattutto mangiato in effetti…), ma anche ballato nella notte di Capodanno come si faceva da ragazzine, quando ci siamo conosciute e ci sentivamo già grandi. Molte cose sono cambiate, ma molte sono uguali uguali: abbiamo  inaugurato la bellissima casa di Manuela che allora certo non c’era, e il primo del nuovo anno ci siamo incamminate verso Poggio ai Mori in cerca del profumo dell’alloro (che qui è specialissimo), inciampando nel rosso corbezzolo, camminando con Alessandro di allora e Anna di ora.

E in tutto questo non ricordavo più che  nel giardino della mamma di Marie fosse piantato un calycanthus, ci ha sorpreso il profumo arrivando di notte.

Come spesso succede, si annusa prima di vederlo, forse perché è piccolo, forse perché profuma tanto, forse perché qualche volta è notte o un muro lo nasconde.
Ma è stato anche quello un bel ritrovarsi: tutti quei minuscoli fiori mimetizzati alle foglie, con due nani da giardino accanto a raccontarsi cose, fitto fitto, da anni.

Il resto delle vacanze le abbiamo passate a Rovereto, al calduccio e pigrissimi. Giornate lente, un poco tutte uguali, apparecchiando i pranzi e le cene e curando un’influenza che non mollava la presa. C’era il calycanthus, anche quello conservato dall’anno prima, e un giorno, mi sono detta, imparerò a lasciar andare le cose, a buttare, a fare a meno… Ma quest’anno per scongiuro mi sono proposta di non fare propositi, niente buone intenzioni da frustrare durante l’anno. Vivremo più alla giornata (magari fossi capace!!), ribadendo le intezioni e assecondando l’appetito.

Dei menù delle feste  possiamo dire di essere stati tradizionali, tradizionalissimi, molto brodo e molto pesce.

Salmerino di montagna, ma anche incursioni da Chioggia due volte la settimana, e poi certe invezioni, di cui toccherà riparlare per esteso, con le mani e la testolina di Anna all’opera. Nel mezzo anche molto lavoro, progetti che si organizzano e altri che giungono finalmente al termine, cucina foto e parole, in questo ordine ma anche no….

La ricetta è un brodo di gallina (“comme il faut”) con quenelles

per il brodo:
1/2 gallina possibilmente ruspante
2 cipolle
1 carota
1 porro
1 rapa bianca
una costa di sedano con tutte le foglie
un pezzetto di zenzero (facoltativo)
i gambi di un mazzetto di prezzemolo
sale e pepe bianco in grani

Sistemate tutte le verdure sul fondo di una pentola ben capace, unite il sale, il pepe e la gallina (privata della pelle nel nostro caso, ma se siete “coraggiosi” così com’è…). Coprite con circa 2 litri e mezzo di acqua e portate a bollore a fiamma viva, quindi schiumate, abbassate la fiamma e fate cuocere lentamente per 2-3 ore (sempre schiumando di tanto in tanto). Prima di spegnere verificate se il brodo è giusto di sale, ma per carità assaggiate da freddo o rischiate di prendere cantonate. Filtrate e conservate la carne a parte, con le verdure potete preparare un passato delizioso.
Se potete preparate il brodo il giorno prima, poi fatelo freddare (per noi alla finestra dell’inverno trentino) e eliminate la patina di grasso.

Per le quenelles (poco tradizionali…)
400 g della polpa della gallina di cui sopra
2 albumi
80 g di farina di mandorle
la scorza grattugiata di un limone non trattato
pepe nero
noce moscata
sale

Tritate nel mixer la polpa della gallina, aggiungete la farina di mandorla, la scorza grattugiata, gli aromi e gli albumi. Mixate e otterrete un composto omogeneo e piuttosto compatti, formate te quenelles con l’aiuto di due cucchiai (oppure se volete far prima delle polpettine…). Fatele freddare un paio d’ore in frigorifero prima di tuffarle nel brodo bollente per 5-8 minuti.

Nota: la ricetta è una rivisitazione della ricetta pubblicata nella nostra rubrica sulle pagine della Cucina del Corriere della Sera e che funziona, funziona benissimo, tanto che le varianti sono state alla nostra tavola infinite. Se le quenelles non sono tradizionali hanno però il vantaggio di aggirare alcuni divieti alimentari che in questo periodo ci tocca osservare, e vale la pena di ammettere che a volte sono proprio i limiti ad ssere utili all’invenzione. 

Venezia

Il tempo non è dritto. Questo è ormai certo, guardandosi indietro e immaginandosi avanti: il tempo accellera o si incaponisce, nessuna maniera di imbrigliarne il ritmo, nemmeno con lo strano “mestiere” che ci siamo cuciti addosso e che consiste, grossomodo, nel fotografare e scrivere di quel che mangiamo. Giorno dopo giorno, il pranzo, la cena.
Sembrerebbe un modo sicuro di prendergli la misura, ma invece no, il tempo va da solo e ci regala sorprese ogni volta, come questa volta che Venezia (la nostra Venezia, il nostro sguardo sulla sua pancia) è diventata realmente libro, in carta, pagine, colori e ricordi.

aperta-mente

Questi primi giorni di luglio sono stati per noi il consueto trasloco emotivo tra case e mondi. Li abbiamo passati in Trentino, transitando da Roma, saltellando tra compleanni e progetti maturati da lontano e diventati appuntamenti. Siamo stati al Masetto, dove consigliamo a tutti di transitare, di sostare, di darsi il tempo (e ognuno troverà la sua ragione), siamo stati ad Aperta-mente un progetto, un festival, una magia di grande e di piccino dove sono successe tante e tante cose.
Noi ci siamo andati a fare gelati, a cucinare con il freddo, a fare meraviglie con ricotta e miele, frutti del bosco e acqua ghiacciata.

letti di notte

Stiamo quasi per chiudere le valigie, per chiudere la stagione qui a Barcellona e imbarcarci per vacanze che, come sempre, mescoleranno lavoro e viaggio, lavoro e (speriamo anche un poco di) riposo. Ma sono giorni di tante cose, di lavastoviglie in panne, di scrittura di corsa, di digestione (vedi alla voce: Tast a la Rambla) e di nuovi progetti. E in tutto questo tourbillon ci siamo presi il tempo bello di leggere, di notte. Chiaro.

Era infatti la notte bianca della lettura, giunta quest’anno alla sua quinta edizione e approdata grazie alle Nuvole, libreria italiana nel cuore di Gracia, qui a Barcellona. Ci siamo dunque mesolati alla festa, una festa che aveva come tema le città, quelle vere e quelle immaginarie, i libri e le parole ben al centro, e la Vigata del commissario Montalbano come scelta di affezione.

le uova della vicina

A pensarlo non c’è nulla di più perfetto: un guscio resistente e fragile, poroso e scontroso, capace di resistere e pure di cedere (non sempre al momento giusto…), un cuore giallo di “sole” e un’aria leggera intorno a fargli da bianca corolla. Ma tant’è le uova sono nel nostro paesaggio quotidiano  in formato da quattro, da sei e da dodici con anche la perfidia delle solitarie confezioni da due e di quelle da dieci, che servono solo a confondere le idee e i conti. Le uova sono cifre, ingredienti, astrazioni.

Deve essere colpa soprattutto dei dolci, penso, dove le uova compaiono per numero o peggio per peso, a volte intere ma più spesso divise, pura materia da montare, incorporare, legare. Perché alla fin fine anche se ti impegni a cercare le migliori, quelle eco, quelle bio, la prima scelta, a terra, all’aria, eccetera, sempre coi numeri hai a che fare: codici di provenienza, categoria e tutta la compagnia che per fortuna che c’è, perché altrimenti perderesti del tutto il cammino.
Ma quando poi, per percorsi spesso intricati, metti le mani sulle “uova per davvero” lo capisci che la differenza si tocca e che un uovo può essere un uovo. Forma e sostanza, guscio sporco compreso.

colazione italiana al Caelum

A riguardarla da qui, a quasi una settimana di distanza, la nostra Colazione italiana tra le porte dl Caelum sembra persino difficile da credere. E non perché le foto siano rimaste prigioniere nella macchina del Fotografo tra andate e ritorni, tra Roma e Barcellona, per tutti questi giorni ma semplicemente perché il Caelum, e forse la stessa Barcellona, sono la consistenza delicata dei sogni realizzati.

Ricette incrociate

La notizia è tutta nel video a ritmo di charleston che Il Fotografo si è inventato per dirlo. Domenica 15 maggio al Salone del Libro di Torino apparecchieremo assieme a Lydia Capasso e Giovanna Esposito una tavola di ricette incrociate per Guido Tommasi editore: noi presentermo i loro Aristopiatti e loro presenteranno la nostra Cucina Vintage.

the old kitchen

Basterebbe il nome a farci sentire a casa, ma dentro e attorno a The Old Kitchen c’è molto e molto di più.
Appena sbarcati a Barcellona, quando c’era una casa tutta vuota che cercava la sua forma, il Mercantic a Sant Cugat fu un luogo di meraviglie. Ci andavamo a “pascolare” tutte le domeniche e anche i giorni normali, con una bimba così piccina che era un fagottino addormentato al calduccio mentre sceglievamo i tavoli, le sedie, il lampadario dove apparechiare la nostra vita qui.
E al Mercantic, in una parada proprio all’ingresso del “paradiso” abbiamo incontrato per la prima volta questa “vecchia cucina”. Incanto di Cecilia e della sua mamma, che da anni ne hanno fatto un progetto di stile e di vita.

una colazione italiana al Caelum

Qualche volta le caffettiere ballano, soprattutto quando la colazione si fa sotto un Cielo speciale.
Piccolo appunto per segnarsi in agenda la data (domenica 8 maggio), e il luogo (quella meravigliosa delicata magia che è il Caelum qui a Barcellona)

la pasticceria (italiana) di gracia

A guardarlo bene, misurandolo nell’esperienza dei propri passi, il mondo è molto più piccolo di quello che sembra a considerarlo disegnato sul mappamondo. Gira e rigira i destini si incrociano, i percorsi si intrecciamo e qualche volta anche i luoghi si sovrappongono.
Tutto questo per raccontare di una pasticceria nuova nuova, che ha aperto nel quartiere di Gracia, qui a Barcellona pochi, anzi pochissimi giorni fa.

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