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con le farine

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Con le dita. Con le farine. Con i bambini.
Nella nostra personale, personalissima categorizzazione (ovvero, quella roba che suddivide i post in caselline all’interno del menù del blog) questi croccanti, facilissimi, pani-gallette-crekerini sono finiti così. E non è che non si dica la verità. Per impastarli ci vuole tutto il piacere tattile di usare le mani, la farina è praticamente tutto quello che c’è dentro e tutto fa pensare che dopo questo primo assaggio proveremo a mixarne di diverse. Infine i bambini, che non sono tra gli ingredienti, li vedremmo decisamente bene nel manipolare e nello stendere questo impasto facile facile, anche perché se ce lo avete a disposizione uno di quei mattarellini piccoli tipo giocattolo questa volta viene proprio perfetto all’uso. Se non lo avete pace, anche una bottiglietta liscia e non troppo sagomata sarà perfetta.

il pane (siciliano) della signora Angela e i buoni propositi

27 dicembre: il Natale è archiviato e siamo tutti sopravvissuti(!), Marie è satolla di tortellini e di foie gras della nonna, il fotografo a letto con il febbrone e io (Maite…), non sapendo bene che fare, già alle prese con i buoni propositi per il 2011. Meglio pensarci per tempo, assieme alla lista della spesa per il menù di Capodanno, in modo che la mattina del 1° gennaio non si sia presi dall’horror vacui della pagina bianca di un anno tutto nuovo da inaugurare, finendo così per essere in ritardo ancor prima di cominciare.
Il problema, però, è che non essendo riuscita a darmi un limite (è difficile in tutto in questi giorni) la lista rischia di risultare insensatamente lunga e se i buoni propositi sono troppi, facilmente saranno troppi anche quelli mancati, trasformati per frustrazione da buoni in cattivi. Dunque faremo come per il give away di Comida: tempo fino al 31 dicembre (!) a mezzanotte, poi nell’estro del brindisi l’elezione dei 4 imprescindibili buoni propositi per il 2011, naturalmente si accettano suggerimenti.

pasta per gechi

L’ambiguità vale la pena scioglierla subito: non si tratta di dare da mangiare ai gechi anche se l’idea sarebbe di quelle folgoranti, perché, diciamocelo, sono così carini che la voglia verrebbe di farseli amici, di tenerseli in casa come animaletti domestici, e a pensarci conosco più di una persona che ha almeno provato a passare dall’intenzione ai fatti.
No, no qui si tratta di un problema molto più da femmina, come direbbe qualcuno, ovvero come riuscire finalmente a usare una (ma sono tante) di quelle formine da biscotti comprate in un raptus compulsivo di acquisti da cucina. E qui bisognerebbe aprirla una parentesi perché frequentando case di gente che cucina, spesso, spessissimo anzi, ci si è consolati difronte a collezioni pari e pure qualche volta superiori a quelle di casa nostra. Un po’ come quando da bambine ci si trovava per giocare alle bambole e si voleva mostrare all’amica del cuore tutti i vestitini, gli accessori, le scarpine… ecco, con gli attrezzi da cucina e in particolar modo con le formine la sensazione è un po’ quella. Persino Elena-comida, che pure ha girato mezzo mondo e conosce bene il peso di un trasloco con l’Oceano nel mezzo, ha una sua collezione di formine che ho tenuto tra le mani, rassicurandomi  un poco per quella che continuo a considerare una passione un tantino insana, ma almeno condivisa.

cake con edamame wasabi e sesamo

La vita in provincia regala qualche sorpresa. A parte le produzioni metro-zero della signora Fausta, capita qualche volta cha, a ben girare i supermercati, si scoprano fenomeni che hanno dell’incredibile e che la capitale (ehm…) ignora anche nei mega-iper-centri commerciali dove qualche volta ci succede di pascolare con tutto lo stupore (e a volte il terrore) degli occhi di campagna. Se poi questi stessi supermercati di provincia sono battuti in avanscoperta dal fiuto infallibile di comida, si finisce per sentirsi se non proprio al centro del mondo (è ancora troppo fresca la ricerca vana del wasabi), perlomeno in un mondo dove tutto è ancora possibile. Questa lunga premessa per dire che abbiamo scovato alcune buste di edamame surgelati nei banchi frigo di una catena di supermercati trentini ed è stato subito accaparramento, tanto che credo che ormai non se ne trovino più. Una volta messi al sicuro nel forziere del congelatore è venuto pure il momeno di consumarli e così, dopo averli mangiati un po’ di volte nature, alla fine è arrivato il tempo di ricamarci un po’ sopra inseguendo proprio la matassina del colore verde: dall’edamame al wasabi. Poi siccome non pareva il caso di alterare un sapore così orientale con contaminazioni troppo marcatamente fusion (tradotto: il parmigiano non ci stava) abbiamo aggiunto un paio di cucchiai di semi di sesamo.

il pane del macellaio

Ieri era la giornata mondiale del pane. Abbiamo visto pani bellissimi, quello del convento di Alex, quello alle nocciole della Virgi, quello anticipato ed equo alle spezie di comida, quello anglofono di Enza, quello al ciccolato del cavoletto e un sacco di altre pagnottine, anelli e miracoli di lievitazione.
Noi, bisogna ammetterlo, abbiamo qualche problema con i lieviti… questione di brutte esperienze che a volte segnano (magari più del dovuto…) così in effetti panifichiamo piuttosto poco. Poco anche perché il fotografo di pane non ne mangia, Maite scorda sempre di comprarlo tanto che gli amici più avvertiti vengono a cena portandoselo da casa e Marie è pazza di quello di Lariano e di certi pani di campagna della boulangerie di Aligre, un tantino difficili da replicare. Ma un pane, in ritardo e pure non nostro, volevamo comunque almeno mostrarlo. Un po’ per sentirci un pochino partecipi di un’iniziativa bellissima, un po’ perché di questo pane c’è piaciuto, a tutti (fotografo compreso), non solo il sapore ma pure, tanto, la genesi. Riccardo Stiaccini, il macellaio di Castellina in Chianti ha un negozio che è una meraviglia, pieno di marmi, di carne eccellente e di buone abitudini. Le parti finali di prosciutti, rigatini e altri salumi, quei pezzettini diventati troppo piccoli per essere venduti ma buonissimi (che sarebbe sacrilegio buttare!), vengono conservati e consegnati al panificio che li impasta in corone e ne fa un pane croccante, saporitissimo e pericoloso…

pissaladière

La pissaladière è un piatto tipico della cucina nizzarda e di tutta la costa limitrofa. Alcuni non usano salsa di pomodoro, solo cipolla, acciuche e anche olive nere, ma la nonna Charlotte, che pure Marie non ho mai conosciuto, la faceva così. E così la nonna Charlotte aveva insegnato all’altra nonna Juana (pure quella di Marie) a preparla… e di nonna in nonna la pissaladière è arrivata fin qui, così che noi possiamo dedicarla, con un po’ di ritardo e con le acciughe al posto delle candeline, a Luca (anzi a Lucà…) che ieri ha compiuto gli anni.

cake di feta, semi di girasole e fiori di finocchio

La primavera occheggia e noi proviamo a occhieggiare a lei, così tiriamo fuori i semini del girasole e i fiori del finocchio per un cake che all’origine avrebbe dovuto avere tutt’altro aspetto… Sulla faccenda delle attese deluse, però, o come in questo caso delle muffin già spese (prima di averle sfornate…) intendiamo tornare prestissimo e in dettagliato dettaglio per la raccolta geniale delle cuoche dell’altro mondo…
In questo caso in effetti, a parte la questione della forma, il risutato è stato del tutto piacevole, buono e rassicurante per quanto forse un po’ troppo classico… va bene per il pic-nicque (è troppo presto?), va bene per il brunch della domenica, va bene da portare avvolto nel tovagliolo al primo coraggioso aperitivo in terrazza, insomma va bene… anche se noi un po’ nostalgia delle muffin che avrebbero dovuto essere e non sono state, ce l’abbiamo!  

orecchiette

La nostra amica Sara, che nella vita fa tuttaltro, ha delle passioni piene di avventura… spesso anche in cucina. Così, abituata a viaggiare (fa immersioni nei laghi e nei mari e ha fatto marketing in Ghana), è stata ospite di una signora pugliese in una masseria (di cui ha promesso di rivelarci il nome) per seguire un corso intensivo di orecchiette. Ha imparato l’arte e comprato l’asse.
A noi, bisogna dirlo, pareva impossibile eppure dai mucchietti di farina bianca e da poca acqua tiepida sono venute fuori orecchiette bellissime… certo non poprio proprio le prime che abbiamo cercato di rigirarci sul pollice, tutte sbilenche o bucate, ma diciamo che dopo le prime cinquanta è “facile” prenderci la mano tanto che alla fine guardando sul tavolo quel mare di orecchiette ci siamo lanciate nell’improbabile elezione di Miss Orecchietta…

cantucci salati nocciole e vezzena

I cantucci, lo sappiamo, sono dolci, mandorlosi e toscani, contesi come quasi tutto in Toscana tra diverse orgogliosissime patrie locali, Prato su tutte. A Firenze però, proprio tra il mercato di San Lorenzo e la stazione di Santa Maria Novella c’è un negozietto minuto e curato dove ne producono, e ne vendono direttamente, di buonissimi: al cioccolato, ai fichi secchi e soprattutto classici.  
Si tratta di un indirizzo un po’ segreto di cui varrà la pena di parlare in dettaglio un’altra volta ma che qui è inevitabile ricordare perché proprio con la signora che calorosamente lo gestisce avevamo parlato per la prima volta della possibilità teorica di cantucci salati. Scettica ma possibilista la patronne aveva chiesto la ricetta anche se poi non si sa se li abbia provati.
In ogni modo questi qui, inventati sull’estro di quel-che c’è-c’è-nella-dispensa, sostituiscono mandorle con nocciole (ancora quelle del pacco siciliano!), tolgono lo zucchero ma aggiungono pepe in abbondanza e un formaggio  che è anche lui una gloria locale (presidio trentino slowfood) il Vezzena

ricetta d’artista n°3. empanadas chilenas para el cumple de Humberto

Humberto Orellana è un musicista un po’ speciale!
Un po’ speciale perché suona uno strumento, la viola da gamba, dimenticato per qualche secolo forse perché era troppo bello e poi gli altri sfiguravano.
Un po speciale perché gli stumenti che suona se li costruisce da solo. Oltre che musicista anche liutaio. Un po’ speciale perché, nella notte dei tempi, è stato maestro del fotografo.

Humberto vive da tanti anni in Italia ma ci regala una ricetta che più chilena non si può, uno di quei piatti che si fanno per le feste importanti e che hanno bisogno di una preparazione lunga e laboriosa, che diventa essa stessa un rito…

parmigiana di pasta fillo

Con le foglie di pasta fillo colorata tra le mani (quelle di ieri) rimaneva da capire che cosa fare… certo del tutto praticabile l’idea di servirsene come sfogline appena condite per salsette o mousse ma già che c’eravamo tanto valeva osare…
Ne è venuta fuori una “parmigiana”, ispirata negli ingredienti ma semplificata (di molto!) nella costruzione, nella cottura e pure nelle calorie: solo melanzane, pomodoro, pasta fillo e ricotta salata.

sfoglie di pasta fillo al pomodoro

L’idea ci frullava in testa già da un po’: perché non provare a condirla la pasta fillo, visto che è tanto versatile? perché non provare a colorarla, visto che è così carina? 
Dall’idea alla pratica però, c’è un passo che per un po’ abbiamo rimandato: chissà se tiene, chissà se non diventa troppo umida e molliccia, e poi soprattutto c’era sempre qualche cosa d’altro da fare, da provare in cucina…
Finché sul sito di un cuoco andaluso, come accompagnamento a un gaspacho, non è spuntata proprio lei, la pasta fillo condita, e proprio al pomodoro (con in più il peperoncino) come avremmo voluto provare. E dunque senza più esitazioni si siamo lanciati.
Il risultato è decisamente carino, e non solo… tanto che ne è venuta fuori un’idea per rieditare un grande classico, ma questo è per domani…

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