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con le dita

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olive ripiene reloaded

Erano una delle glorie della nonna Pina ad ogni arrivo, ad ogni partenza, e anche in molti pranzi nello spazio tra questi due tempi.
Io, di mio, ci ho messo un poco a trovarci il gusto (che è di fatto un gusto un poco adulto), ma una volta incontrato mi ci sono abbarbicata con una voracità infantile. Non erano e non sono mai abbastanza le olive ripiene, come caramelle o ciliegie di un sacchetto che vorresti fosse senza fondo.

quiche con zucchine (romane) e ricotta

“no ma che dici?! te lo mando un pacchetto di zucchine sottobraccio al Fotografo?”
Magari! ci sarebbe da dire, perché quando in primavera si ha voglia di verdure in tutti i modi, e i banchi dei mercati (italiani) si accendono di colori a Barcellona si tira dritto e ci si consola con la frutta, perché le zucchine continuano ad essere quelle a buccia scura, grosse, acquose e insapori che c’erano a gennaio e che ci saranno a luglio. Roba che viene la curiosità di capire dove è cresciuta, se ha visto mai il sole, la pioggia, la terra, se c’è stato mai un fiore a farle festa a dirle sveglia che è primavera.

le olive farcite alla menta

Se dovessi scegliere un alimento, uno solo, il primo che mi sale alla mente, alla memoria e pure all’attenzione sarebbero le olive.
Certo è un esercizio esagerato: di qualunque alimento-unico verrebbe la noia in poco meno di mezza giornata, ma volendo fare astrazione e metterla sul romantico sono le olive che mi fanno salivare, il gusto a cui non so resistere, anche solo con il pensiero.
Mi piacciono quelle verdi, ma pure quelle nere, quelle turgide e polpose, ma anche quelle ripiegate su loro stesse in grinze saporose; mi piacciono quelle piccanti, ma impazzisco per quelle dolci dolci che ricordano il sapore “erboso” dell’olio e ho una venerazione particolare per quelle dal gusto un po’ amaro, apparentemente rustico e poi al fondo così pieno.

le polpette di Ottolenghi

Lo amiamo. Lo amiamo anche se la lista dei suoi ingredienti occupa due pagine e due pomeriggi, lo amiamo anche quando tritiamo le foglie di dieci aromatiche diverse, lo amiamo pulendo le verdure, schiacciando l’aglio e incorporando 1/3 di cucchiaino di sale alla volta. Lo amiamo perché l’amore è questa cosa qui, senza se e senza ma e perché è bravo e le verdure con lui hanno un sapore che levati!
La cucina di Ottolenghi è vegetale, anche senza essere vegetariana, sa di mediterraneo e allo stesso tempo di casa e di esotico e quando richiede un po’ di lavoro in più ti ripaga. Del resto anche ogni amore (felice!) ha i suoi costi.

Crostata di alberelli bianchi

Non abbiamo mai fatto fatica a mangiare le verdure, anzi.. zucca, avocado, broccoli, zucchine, fagiolini e pastinache in un balletto facile e pure colorato che faceva pensare che ci vuole? Ma tutte le storie sono fatte per vivere di parentesi e così, da un giorno all’altro, le verdure son diventate una cosa nemica: se le mangia la mamma! se le mangia il papà!
Sono sopravvissute a questa diaspora poche cose: gli avocadi (specie quelli che il nonno ha portato dalla Sicilia), i fagiolini e lui il cavolfiore, quello bianco, ma solamente fatto a racconto e trasformato in una selva di minuscoli alberelli. Anna inzia sempre dai più piccoli, piccoli come Anna, ma poi ne mangia una foresta cavalcando sul filo sottile della mia idiosincrasia con il cibo figurativo.

chips al lime

Non è come sembra, non sempre almeno. Queste patatine qua sopra, o a dire meglio queste chips incartocciate, sono quasi (e dico quasi…) senza sensi di colpa. Non sono fritte ma fanno gola, sono facili ma ci stanno tutte e la faccenda del lime si porta dietro tutto un profumo di esotismo a portata di mano. Insomma nella lista delle cose da fare, quella che di questa stagione si allunga a dismisura (visto che l’anno continua per noi a iniziare con “la rentrée des classes”), aveva un posto molto in cima, compromesso molto gustoso tra propositi detox e necessità di coccole.

croquetas

Il fotografo è a Barcellona, scappato domenica a pranzo tornerà, crediamo, mercoledì per cena o giovedì per colazione.
Era così tanto che mancava da quel suo luogo dell’anima che cominciava a diventare malinconico, così giusto per consolazione e contro il suo principio che vorrebbe rigido isolazionismo tra le sue patrie gastronomiche ci siamo lanciate in crocchette alla spagnola. Che poi sarebbero crocchette con base di besciamella.
Qualche dubbio in partenza lo avevavamo: si terrà sta roba? avrà un gusto troppo bambino? e invece… invece una meraviglia! ora l’idea è di impastarle con qualunque cosa capiti a tiro, baccalà, verdure e pure… pure… un qualche pezzetto di chorizo, magari e se, solo se, il fotografo si decidesse ad abdicare a quel suo increscioso principio  (“niente valigie, un solo cambio e la macchina fotografica!! non porto niente, ma proprio niente, sia chiaro!!!)

Breve elogio del bicarbonato di sodio

Quante virtù ha il bicarbonato di sodio?
A guardarlo da vicino assomiglia a una pozione magica: può sostituire il lievito, lo si può aggiungere nell’acqua di cottura di cavolo, verza, finocchi per attenuarne l’odore, mentre aggiunto al bollito di carne lo render più tenero, giusto per dirne qualcuna. Ma non è che solo in cucina il suo uso sia imprescindibile: lo si può infatti mettere in frigo per togliere gli odori, è utile nella battaglia ecologica contro l’invasione delle formiche e gli arditi possono perfino arrivare a fare un peeling al bicarbonato.

la pièce montée oubliée

La vedete questa cosina qui, un po’ tronfia e tutta imbozzolata? è la versione calycanta di una pièce montée, una cosa che sarebbe una faccenda seria, alta svariati metri, equilibrata ed equilibrista immancabile in molti generi di cerimonia e in particolare in ogni mariage che si rispetti.
Noi abbiamo rinunciato ai metri, al mariage, anche all’equilibrio (visto che pure l’alzatina è stortignaccola) e ne abbiamo fatto una versione salata, ragionando sull’equilibrio tra roquefort e caramello, tra la consistenza degli choux e la grassezza dei formaggi. Abbiamo impastato, cotto, farcito, montato e filato e poi… poi ce la siamo dimenticata in frigo.

biscotti salati alla birra

Era già da un po’ che questa ricetta giaceva nella lista delle cose “da fare”, lista che del resto di questi tempi si sta allungando tanto da sembrare l’indice di un’enciclopedia . Poi il giorno che abbiamo deciso di preparla non è stato così semplice: libro alla mano, traduzione in testa, ricognizione in dispensa e adeguamento nelle mani.

tiella gaetana ma pure un po’ pissaladière

Capita di partire con un’idea e di atterrare su altro. Anzi diciamo pure che in cucina capita spesso e pure volentieri. Un po’ perché come ricordava una meraviglia di chef sulle montagne dell’Alta Badia in cucina non si inventa nulla (ma in compenso si mescola sempre e questo, assieme alla scelta degli ingredienti, è quasi tutto), un po’ perché la cucina viaggia veloce, per mare e per terra, più veloce della lingua che la esprime, più veloce di qualsiasi tentativo di fotografarla formato santino per un’identità grande o piccina.
Così in cerca di una ricetta ortodossa dela tiella di Gaeta siamo approdati su un impasto da favola, facile, elastico e versatilissimo che si presta a mille e una variazione (come in effetti la tiella contempla). Poi sulla scorta di una ricostruzione storica e pure geografica di Artemisia che lega Gaeta alla Linguadoca ci siamo sentiti autorizzati a farcire la tiella gaetana con gli ingredienti della pissaladière. Serve dire che ha funzionato?

breve elogio della fillo

La pasta fillo è un miracolo della natura, del mattarello e dell’ingegno (oltre che delle mani) umane. Lo è anche quando, e in Italia è la norma, la si trova (magari anche con fatica) surgelata. Molto più leggera della sfoglia, stretta parente della brik tunisina (che però da quanto ho capito è ottenuta dalla semola e dunque leggermente meno sottile) è molto usata in tutta la cucina mediorientale, ma anche in Grecia e in Turchia.
Farla in casa è un’impresa di quelle epiche e suggestive (per farsi un’idea della sua natura mitologica guardare qui) , una di quelle cose da mettersi davanti solo in giornate di grande pacata pazienza e di illimitata fiducia in se stessi, ma alcune coraggiose mani tra cui quelle di Elena-Comida ci si sono cimentate e pure con successo e con ragione. In attesa di raccattare il coraggio val la pena di tenerne un pacco nel congelatore e di modularla a piacere, una delle sue grandi virtù è infatti la versatilità, non solo nel ripieno, ma pure nella consistenza.

strudel di pere e roquefort

Questa cosina qui sopra è stato uno dei grandi classici di tutta la produzione cucinesca nella vita-universitaria-erasmus-prime-cene-casa nuova-ecc. ecc… a tal punto che in questo blog non si è affacciata che dopo tre anni abbondanti. è stata talmente gettonata, talmente ripresa, talmente trasportata a cene, compleanni, feste comandate e non che ce l’eravamo dimeticata (o forse rimossa?)
Fatto sta che lo strudel di pere e roquefort (ma va bene pure qualsiasi altro erborinato a pasta asciutta) non avrebbe perso in tutti questi anni il suo appeal: è veloce, fa figura è insolito quanto basta, si trasporta con agio, basta solo ricordarsi che esite!

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