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vichyssoise di aglio arrostito, patate dolci e castagne

Erano anni, ma dicasi proprio anni, che questa storia dell’aglio arrostito c’era rimasta in gola. Nei libri di Donna Hay, ma in certo un mondo anglofono e lontano pareva proprio che l’aglio si consumasse solo così: ridotto in crema dal semplice passaggio in forno.
Non era bastato nemmeno ricordarsi di aver portato mille e uno anni fa un aggegino, una caccavella, di terracotta sottile dall’Argentina che doveva  servire proprio allo scopo. Comprata più per l’estetica che per la funzione, scoprire finalmente che servire poteva è stato tutt’uno con lo scoprirla rotta. Pazienza, l’abbiamo messa via sta storia dell’aglio trasformato in crema…
Ma poi corsi e ricorsi, un giorno nemmeno più speciale di altri acchiappi una testa (di aglio…) e la metti in forno, tutto il resto, patate, latte e castagne, ci gira in torno in una danza d’autunno.

gazpacho n°21, delle dolomiti

Credevamo fosse finita e invece l’epoca dei gazpachos fa fatica a tramontare. Abbiamo messo la coperta di lana (il fotografo freddoloso pure due), archiviato i sandali e ceduto alle calze, barattato gli ultimissimi pomodori con i primi cavoli, ma di dimenticarsi fino all’anno prossimo di questa alchimia di frullatore, aceto e verdura non c’è stato nè cuore nè verso.
Eccolo dunque, forse il più ardito di sempre, il gazpacho delle Dolomiti:

gazpacho n°20 ai fruttini rossi

è stata un’estate di gazpachos, come e più di quelle passate.
La magia è che, come poche altre cose, il gazpacho esprime delle virtù che si accordano di misura con la stagione, il suo ritmo, il suo calore, i suoi frutti. Si fa veloce (anche se con un minimo di premeditazione), non prevede fuoco (o quasi) e soprattutto  concede alla fantasia di slanciarsi al galoppo nel gioco delle variabili, tenendo ferma la briglia di un canovaccio di partenza.

Nella nostra cucina poi normalmente è appannaggio del fotografo, che si chiude in cucina con il frullatore come alambicco e combina pozioni. Ne esce in generale piuttosto contento, anche se spesso borbotta sulla qualità dei pomodori, ma per il resto è un fiorire di variazioni che segue fondamentalmente il ritmo della frutta. Questo gazpacho in particolare (il numero 20, di già?!) prevedeva i frutti rossi mescolati alle ciliegie (erano i primi di luglio e Annina ancora non c’era…), ma ora possono essere facilmente sostituite dalle more: risultato più purple!

un gazpacho rosa per Anna (n° 19)

Ci sono, si dice, compleanni che contano più di altri, che pesano o che profumano, che misurano le distanze, che segnano traguardi, soglie o attese. Ci sono compleanni che si festeggiano per non disperare e quelli gai dell’infanzia, con una torta di fragole tutta per sé con la gelatina e le candeline da soffiare. Ci sono date che poi si ricordano, passaggi, occasioni e pure coincindenze che rendono diversa la trama di un giorno, staccato per sempre dall’anello dei giorni altri, come un salto grosso in una collana di biglie.
Ieri così è stato per noi: un “compleanno” speciale che misura la distanza breve di 7 giorni e di poche ore. Anna è finalmente arrivata, dopo nove mesi e qualche tempo in più, lunga, grande e con le unghie da diva. Da una settimana sorride e ci guarda.
Così per festeggiare il suo primo compli-settimana il suo papà ha snocciolato ciliegie a una ad una per il suo miglior gazpacho di sempre.

gazpacho n° 18 al lampone

A fidarsi del calendario, la stagione, per noi, sarebbe quella dei gazpachos. Una sorta di spritz poco più denso e poco meno alcolico! ma comunque forte, arancione e freddissimo.
E invece non c’è verso. piove! e il fotografo gira con una giacchetta tirolese di lana cotta invece che in canottiera!
Però, vabbè, un primo gazpacho arrischiamoci a prepararlo, anche perché maite per qualche sua ragione è assai pigra e marie è al terminal 2 di Fiumicino. E dunque tocca al fotografo…
In più proprio oggi nel negozio di Elisa e Michele a Rovereto siamo rimasti folgorati dalla nuova produzione di Giorgia (giove lab) … e allora…

zuppa di ortica e aglietto nuovo

In queste vacanze di Pasqua abbiamo avuto a che fare con 4-5 pastiere e un uovo, uno solo, ma di dimensioni cosmiche (più grande persino di una pancia che pure sta crescendo di mattina in mattina…) e democraticamente diviso a mezzo: metà fondente, metà latte.
Inutile dire che non ci siamo trattenuti e che ora la visione detox colora il nostro universo di un verde brillante pieno di speranza…

soupe à l’oignon

 

Ma davver non l’avevamo fatta mai?  Sulle ricette francesi spesso questo interrogativo si spreca. Si spreca in ragione di tante cose, la prima delle quali è che 2 su 3 (più un pezzettino) viviamo a Roma, ma anche e soprattuto  in ragione del fatto che sempre 2 su 3 abbiamo vissuto a Parigi e il restante 1 vanta una nonna bretone. Ragione in più, si dirà, per mettere in menù cibo d’oltralpe, e invece succede che quelle cose lì che sembrano banali, soprattutto a Marie che è francese di nascita, di famiglia e dotata di accento franco-toscano, quelle cose lì non vengono mai in mente.
Così ci abbiamo messo quasi cinque anni a pubblicare una soupe à l’oignon e quando si è trattato di metterla in pentola niente libri, niente web, solo la memoria e l’approssimazione esatta che usano le nonne…

zuppa di pastinaca e ginger

Ovvero come due degli ingredienti del panierino del mercato di Ponte Milvio si mescolano, si fondono, fanno tutt’uno. A tal punto che questa zuppetta quasi vichyssoise è tanto banale nell’esecuzione, quanto sorprendente nel risultato aromatico: profuma di autunno e ci mette una punta di esotico.

Zuppa di fagioli freschi, citron confit e cipolle

Sarò il caso di dirlo, di anticiparlo, di confessarlo, di ammetterlo prima di tutto con se stessi?
Siamo appena rientrati e qui la cucina sta per chiudere. La rivoluzione è imminente, la confusione talmente vicina che quasi vien voglia di rinunciare in anticipo e dopo aver lottato, come ogni settembre, con le farfalline del cibo (solo quello preferito tenuto in serbo per le grandi occasioni e finito direttamente nel pattume… sigh!) la rassegnazione prevale, domina, ci invade e ci fa alzare le braccia.
Tra una settimana (!???!) inizieranno i lavori: la cucina diventerà letto, il guardaroba cucina e la casa uno studio. Di fotografia si intende, di fotografia e cibo va da sè, anche se non solo. Del resto arrivati a questo punto tra sfondi, pezzette, alzatine, piatti, cocci, tazze, tazzine di ogni epoca, colore e misura l’alternativa si misurava tra l’uscire noi di casa o l’affrontare il parapiglia. Abbiamo scelto la seconda opzione, ma non è chiaro per nulla se abbiamo fatto bene.

canederlo thai

Non so se sia potuto sfuggire, ma da qualche settimanina appena sono in libreria due piccole creature calycante a forma, e pure a sostanza, di libro: uno dedicato alle torte di mele e uno dedicato ai canederli.
Ora, se per le torte di mele pare che non ci sia stato bisogno di spiegazioni, fronte ai canederli si è materializzato qualche problemuccio di comprensione, correndo vagamente a ridosso di una specie di linea gotica.
In libreria a Firenze pare tutto ok, ma a Roma? canederli?? c-a-n-e-d-e-r-l-i??

quel che ci fa del bene: crema di fagioli e cavolfiore

La rete è uno strano mondo, ci succedono molte cose, ci si trovano molte facce, qualche volta ci si annoia, qualche volta sembra un mare aperto, altre uno stagno profondo quanto una vasca da bagno.
Sarà che la rete, inquanto tale, serve a tenere insieme i nodi, ma pure ad annodarsi al fazzoletto cose da non dimenticare, sarà che la rete ci serve per dire di noi, ma pure, nel migliore dei casi, per tendere trame di idee. Così leggendo un post di Stella di qualche giorno fa mi sembrava che la ricetta fosse integrale e in quanto tale semplicissima. Se il cibo è il nostro carburante e la nostra materia, la sua qualità incide sulla nostra qualità oltre che sulla nostra salute, senza che questo assioma tanto elementare debba necessariamente connotarsi di tristezza e di mortificazione.
Quel che mi colpiva nel ragionamento di Stella è proprio la nozione del buono. Siamo davvero sicuri che le due diverse accezioni del termine, quella della salute (buono per stare bene)  e quella del gusto (buono per goderne) debbano necessariamente divergere?

gazpacho n° 17 di sbergie

E siamo a 17. Diciassette variazioni alchemiche, spesso ad alto estro estivo. Questa in particolare, la postiamo qui alla fine (?) di un’estate che non si decide, con un filo di malinconia e la nostalgia già carica per la luce del mattino a Cerzazza, per i riposini sull’amaca ed anche pure per le sbergie..

zuppetta integralista di carote e cilantro

Il fotografo ultimamente se la spassa: acchiappa aerei al volo e scappa a Barcellona appena può. Accampa certe scuse, per di più credibili, riguardo a galleristi e gallerie, contatti importantissimi proprio lì, e proprio a due passi due dal caffè delle monache, quello frequentatissimo ad ogni gita e  da cui ha la grazia di riportare (quasi) sempre almeno un pacchetto (vedi  las yemas).
Insomma se la spassa, tra cervezerie, amici estrosi e corniciai, avrà mangiato chorizo a quattro palmenti e chipirones e pimientos e magari pure un pezzetto di foie a la plancha.
Sì ma domani? Domani quando rientrerà a Roma troverà il suo frigo in bianco, capace come al solito di ri-mandargli un eco. Le cuoche poi sono disperse (tra i monti l’una e tra i comunicati stampa l’altra), così se non rimedia un invito al volo rischia la fame. La comunicazione quindi è proprio di quelle di servizio: se apri il frezeer, dentro quell’affarino con il tappo azzurro trovi una porzione giusta giusta della zuppetta di Marie, quella confezionata proprio apposta per te, con le carote tutte intere (foglie comprese) e il coriandolo fresco + il latte di cocco tutto intorno per fartele mangiare.

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