Siamo tornati! E ci abbiamo messo, al solito, il nostro tempo.
E tutto questo, in questa sola riga stretta, potrebbe portare con sé capitoli e capitoli di digressioni ed analisi, a cavallo tra la privata dimensione delle nostre vite e l’orizzonte condiviso della rete e delle reti: che ne è stato dei blog? Delle blogger? Della cucina? Della condivisione? Che ne è stato di noi?
Vale la pena o non ne vale la pena? Contano ancora le parole? Viene ora solo e soltanto l’immagine che dice, non dice, suggerisce, gioca a nascondino, dura (spesso) il tempo di un battito di ciglia?

Non abbiamo ovviamente risposte, se non le esigenze che sono nostre. Ci sembra che ci sia ancora molto da dire e ci sembra che i cammini non debbano per forza seprararsi, che le parole possano appoggiarsi alle immagini, scorrere loro accanto, darsi la mano.

Su questa scommessa abbiamo infondo inventato le pagine di questo blog e costruito una vita in comune, fatta di amicizia e di amore, con mille scossoni, litigate e inciampi, con lunghe, lunghissime pause e con anche la necessità di strarsene, a volte, in silenzio.

Una libertà, quella di fermarsi, che ci siamo presi con libertà, come ci prendiamo quella di ripartire, perché le strade non sono sempre dritte nella vita come nel Chianti, dove abbiamo passato una manciata di giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno.

Lì sta una delle radici della Cucina di Calycanthus, lì sta l’infazia di Marie che sorride abbracciata a se stessa nella foto che ha scelto per il nuovo “chi siamo” da cui ripartiamo. Lì c’era, come sempre, una luce di meraviglia, la dolcezza di un paesaggio a cui non ci si abitua, il calore del camino sempre accesso nella sua famiglia grande, grandissima. Abbiamo passeggiato e mangiato (soprattutto mangiato in effetti…), ma anche ballato nella notte di Capodanno come si faceva da ragazzine, quando ci siamo conosciute e ci sentivamo già grandi. Molte cose sono cambiate, ma molte sono uguali uguali: abbiamo  inaugurato la bellissima casa di Manuela che allora certo non c’era, e il primo del nuovo anno ci siamo incamminate verso Poggio ai Mori in cerca del profumo dell’alloro (che qui è specialissimo), inciampando nel rosso corbezzolo, camminando con Alessandro di allora e Anna di ora.

E in tutto questo non ricordavo più che  nel giardino della mamma di Marie fosse piantato un calycanthus, ci ha sorpreso il profumo arrivando di notte.

Come spesso succede, si annusa prima di vederlo, forse perché è piccolo, forse perché profuma tanto, forse perché qualche volta è notte o un muro lo nasconde.
Ma è stato anche quello un bel ritrovarsi: tutti quei minuscoli fiori mimetizzati alle foglie, con due nani da giardino accanto a raccontarsi cose, fitto fitto, da anni.

Il resto delle vacanze le abbiamo passate a Rovereto, al calduccio e pigrissimi. Giornate lente, un poco tutte uguali, apparecchiando i pranzi e le cene e curando un’influenza che non mollava la presa. C’era il calycanthus, anche quello conservato dall’anno prima, e un giorno, mi sono detta, imparerò a lasciar andare le cose, a buttare, a fare a meno… Ma quest’anno per scongiuro mi sono proposta di non fare propositi, niente buone intenzioni da frustrare durante l’anno. Vivremo più alla giornata (magari fossi capace!!), ribadendo le intezioni e assecondando l’appetito.

Dei menù delle feste  possiamo dire di essere stati tradizionali, tradizionalissimi, molto brodo e molto pesce.

Salmerino di montagna, ma anche incursioni da Chioggia due volte la settimana, e poi certe invezioni, di cui toccherà riparlare per esteso, con le mani e la testolina di Anna all’opera. Nel mezzo anche molto lavoro, progetti che si organizzano e altri che giungono finalmente al termine, cucina foto e parole, in questo ordine ma anche no….

La ricetta è un brodo di gallina (“comme il faut”) con quenelles

per il brodo:
1/2 gallina possibilmente ruspante
2 cipolle
1 carota
1 porro
1 rapa bianca
una costa di sedano con tutte le foglie
un pezzetto di zenzero (facoltativo)
i gambi di un mazzetto di prezzemolo
sale e pepe bianco in grani

Sistemate tutte le verdure sul fondo di una pentola ben capace, unite il sale, il pepe e la gallina (privata della pelle nel nostro caso, ma se siete “coraggiosi” così com’è…). Coprite con circa 2 litri e mezzo di acqua e portate a bollore a fiamma viva, quindi schiumate, abbassate la fiamma e fate cuocere lentamente per 2-3 ore (sempre schiumando di tanto in tanto). Prima di spegnere verificate se il brodo è giusto di sale, ma per carità assaggiate da freddo o rischiate di prendere cantonate. Filtrate e conservate la carne a parte, con le verdure potete preparare un passato delizioso.
Se potete preparate il brodo il giorno prima, poi fatelo freddare (per noi alla finestra dell’inverno trentino) e eliminate la patina di grasso.

Per le quenelles (poco tradizionali…)
400 g della polpa della gallina di cui sopra
2 albumi
80 g di farina di mandorle
la scorza grattugiata di un limone non trattato
pepe nero
noce moscata
sale

Tritate nel mixer la polpa della gallina, aggiungete la farina di mandorla, la scorza grattugiata, gli aromi e gli albumi. Mixate e otterrete un composto omogeneo e piuttosto compatti, formate te quenelles con l’aiuto di due cucchiai (oppure se volete far prima delle polpettine…). Fatele freddare un paio d’ore in frigorifero prima di tuffarle nel brodo bollente per 5-8 minuti.

Nota: la ricetta è una rivisitazione della ricetta pubblicata nella nostra rubrica sulle pagine della Cucina del Corriere della Sera e che funziona, funziona benissimo, tanto che le varianti sono state alla nostra tavola infinite. Se le quenelles non sono tradizionali hanno però il vantaggio di aggirare alcuni divieti alimentari che in questo periodo ci tocca osservare, e vale la pena di ammettere che a volte sono proprio i limiti ad ssere utili all’invenzione. 

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