Nella vita tutti possiamo cambiare. Nella età più tenera, nei giorni veloci in cui ci si scopre e persino quando le strade sembrerebbero già imboccate, le passioni digerite e le idiosincrasie sputate c’è sempre la possibilità di scoprirsi diversi.

Nella mia di vita è successo parecchie volte, marcando salti grandi e a volte passi decisamente più piccoli.
Detesto le rape rosse, mai cucinerò un dolce che somigli a qualcosa, a me il prosciutto piace dolce, non posso fare a meno del caffè, solo scarpe coi tacchi, i capelli lunghi, la mia seconda lingua è il francese, ho il pollice nero… anzi nerissimo.

Ecco sì, il pollice nero: il mio rapporto con le piante è stato fino all’estate scorsa semplice e corto. Non ci capivamo, o meglio io non capivo le piante e credevo che loro non capissero me. Perché da quando (e sono ormai venti anni e qualche cosa…) ho avuto un’idea di -casa mia-, oltre a una cucina accesa, mi sarebbe idealmente piaciuto che le piante ci  fossero e ci stessero bene.
Non è andata così. Nemmeno il meno pretenzioso tra i cactus è mai riuscito ad adattarsi alle mie case e alle mie cure, poi un giorno tutto è cambiato e oggi la casa di Barcellona si avvia a diventare una giungla, con una sproporzione vertiginosa tra lo spazio e le foglie.

Credo che almeno in parte questa sia una delle chiavi che ha permesso di cambiare tutto.

Invertire l’idea che le piante abbiano il loro angolino, come un obolo necessario nella scena di una casa, uno spazio ritagliato perché in fondo una macchia verde ci sta bene, o ci si aspetta che ci stia.

Ma le piante sono vive, sono vive per davvero, non si contentano di angolini ritagliati, tendono ad espandersi, a crescere, ad esserci perché per natura questa è la loro natura. Così ho riempito la casa di piante, come una nuova necessità.

Non escludo che la colpa sia stata anche di certe pagine di Pinterest, intasate di immagini bellissime capaci di ritrarre le piante in modo diverso, un poco come è stato sul finire del secolo scorso (!) per le diafane foto di cucina che hanno dato un calcione sorpreso e definitivo a tutto quello che eravamo da secoli abituati a vedere.

Alle piante forse sta succedendo lo stesso. Una trasfigurazione che mi ha sorpreso ancora di più quando ho realizzato che le “piante alla moda” sono proprio quelle che stavano nel cortile di mia nonna, certe, monolitiche e prive per me allora di qualsiasi fascino.
Oggi invece non c’è un balcone che non spii con voluttà, gli occhi al cielo a far la cernita di quel che ho e di quello che mi manca, non c’è avventura botanica in cui non mi getterei e non c’è nulla che mi manchi come un piccolo, anche piccolissimo giardino su cui potermi affacciare qui a Barcellona.
Per ora mi contento di sognare, di colonizzare di idee e progetti l’enorme, bellissimo terrazzo sopra le nostre teste. E dentro casa scopro che le piante possono fare (quasi) a meno di me, che tutto quello che devo fare è tentare di non nuocere, di non stargli addosso, di non affogarle. Loro lo sanno, io molto meno.

L’esercizio che più mi affascina, tanto che lo chiamerei magia, è quello che prevede di infilare una talea in acqua e aspettare. Succedono meraviglie, e succedono anche se io non so potare, non ho nozioni su come si tagli una talea e nemmeno al fondo su cosa esattamente sia. Ma so che certi rametti disperati hanno trovato la loro nuova vita immersi fino al collo in una bottiglietta d’acqua: sono spuntate radici e colore, cantietri di nuova crescita e anche, proprio in questi giorni, fiorellini tenerissimi.
Vi sembra poco? Voi mettete acqua e luce e loro fanno magia.

Write A Comment

Pin It