Quando ci chiedono perché viviamo a Barcellona possiamo provare a divagare, a pescare a caso nelle tasche risposte generiche, o rispondere tutto di un fiato la verità: perché ci piace.
Bella forza, che banalità! con questo si finisce diritti diritti in quel tunnel angoscioso di quando eravamo bambini con la maestra che dice che tocca spiegare perché: dire solo “mi piace” (o peggio  ancora “perché mi piace”) non va bene, non basta, bisogna argomentare, trovare le ragioni, fare l’analisi e poi lo svolgimento.

Solo che certe volte a ragionarle solamente le ragioni finiscono per restare zitte, a non dire poi tanto e a trasmettere ancora meno. Così qualche volta bisognerebbe prendersi di rincorsa l’agio di dire che ci piace, srotolando nelle sillabe di un verbo tanto prossimo ad amare,  il calore, il sentirsi a casa nella quotidianità dei giorni e nell’eccezione (qui un tantino poco eccezionale…) delle feste.

Sì, le feste. Questo fine settimana qui è successo di tutto: c’era il Carnevale, ma c’erano anche i festeggiamenti per Santa Eulalia, la patrona d’inverno (e già avevamo detto qualcosa a proposito di una città che decide che una sola non basta…). Questo ha significato l’arrivo di un re, quello dei Carnestotles (con tutti i suoi ambasciatori), il ballo di un’aquila un poco speciale dentro  la Cattedrale del Mare, una battaglia di arance trasformate in confetti, carrefocs di piccoli diavoli, draghi sputafoco, cercavilla dei giganti delle scuole di Barcellona, castellers, balli, giganti-giganti e gigantine…
Il fiato si è fatto un poco corto, anche perché venivamo da una settimana di travestimenti a scuola, tutti a tema indiano che hanno comportato il confezionamento di un vestito con relativi ricami comanche (!), trecce, collane di piume e conchiglie, costruzioni di Tipi, inseguimento della pista dei bisonti e altre cosette. Ma così è nella festa e nei giorni, così una delle cose che possiamo dire che ci piace di Barcellona è proprio il suo calendario, sincopato ma condiviso, festaiolo all’inverosimile ma tremendamente ordinato. Si aspetta la Mercé, si aspettano Los Reyes, si aspettano il Carnevale e Santa Eulialia, e poi la Veilla Quaresma con le sue sette gambe (tocca riparlarne…), poi san Ponç, Sant Jordi, Sant Juan, etc etc.
Ma non sono feste di santi sul calendario liturgico, sono robe vere, con la gente in piazza a prepararle da mesi, nelle congregazioni  (collas) dei correfocs, dei castellers, ma anche nelle scuole, nelle associzioni di quartiere. Tocca vederlo per crederci davvero.

La taronjada del giovedì grasso, che segna l’inizio del Carnevale nella Plaza Sant Jaume.

Inizialmente era una battaglia di arance (taronjas, in catalano) proprio come ad Ivrea, ed ha origini antichissime. Oggi le arance sono coriandoli arancioni (che qui chiamano confetti…), ma la meraviglia con il vento giusto è assoluta.
Quest’anno Anna ci è rimasta un poco male perché, causa suolo impregnato di pioggia, non ha potuto portare a casa borse intere di confetti, raccolti a manate da terra. La sua mamma era invece sollevata, anche se non è riuscita ad istillare il dubbio che i coriandoli siano roba da buttare nello spazio effimero del qui e dell’ora e non un tesoro da riportare a casa e custodire per sempre..

I piccoli diavoli e i loro giochi di fuoco.

Quest’anno, forse per la prima volta abbiamo smesso di avere paura. Non che ci sia nulla di pericoloso, soprattutto quando i diavoli sono alti un metro, ma le girandole di scintille, i petardi, i draghi sputafuoco sono l’immaginario che sono. Dionisiaco incanalato perfettamente, con i padri (diavoli) ad insegnare ai figli a giocare con il fuoco, la notte, la luce, l’inverno.

 

Sua maestà il Re dei Carnestoltes con tutti i suoi sette colorati ambasciatori (la lussuria, la gola, l’ira, l’avarizia, la superbia e l’accidia) vola dalla porta dell’Ajuntamiento, inutile dire che proclamerà la Repubblica…

 

Anna si mangia la meraviglia.

 

Il ballo dell’Aliga nella Cattedrale del Mare, segna l’inizio delle feste d’inverno in onore di Santa Eulalia.

Una cosa seria, anzi serissima. L’Aliga è tra le figure più rappresentative del bestiario di animali e giganti che animano la città. Sembra la tradizione sia antichissima, sentitissima nel Settecento ma, a giudicare dalle espressioni di chi l’accompagna e la scorta, ancora oggi. La chiesa gremitissima, noi in terza fila perché nella nostra piccola storia barcellonese è uno degli appuntamenti che mai vorremmo mancare.
L’aquila entra per prima con in bocca mazzi di mimosa, ma poi anche il leone e i giganti della Chiesa del mare le fanno compagnia. Fa uno “spericolato” ballo avvitato davanti all’altare e se ne va, scortata da musici e soldati settecenteschi con facce bellissime. Lo rifarà l’anno che viene.

 

“davvero devo tirarli?”

L’acqua e il fuoco, i giganti della scuola Baixeras.

Ma ogni scuola di Barcellona ha i suoi. Li portano a turno i bambini di almeno un metro e venti, a noi mancano ancora una manciata di centimetri…

 

Il nostro mercato travestito

Una sensazione stranissima, anche se non è il primo anno, ma vedere i banchi dove quasi ogni giorno facciamo la spesa trasformati dal Carnevale è come da bambini incontrare la maestra fuori da scuola. Lo sai che ha una vita sua, ma finisci per credere che viva lì dentro, che possa vestirsi solo con i vestiti che le conosci. Ecco per noi l’effetto è stato quasi quello: incontrare la maestra in costume da bagno! Che poi il tema scelto dal nostro mercato fosse lo stesso della scuola di Anna ha reso le cose ancora più letterali. Anna ha finito persino per fare una “timida” pace” con un capo Apache del nostro bar preferito: lui le ha regalato il suo arco, lei il privilegio di una foto insieme.

 

Il Correfoc dei piccoli diavoli

Casacche di iuta o tute da pompiere, maschere da saldatori e cappucci da demoni, ma tutto oridnato e preciso secondo il più grande mistero (almeno per me) dei catalani. Fanno festa, lo fanno appena possono e con ogni scusa, e la prendono tremendamente sul serio (lo so io che non reggo certi ritmi…). Ma dietro ad ogni festa c’è organizzazione e rigore, se il protocollo dell’Aliga dice alle nove, le nove sarano, né prima, né poi.  E dopo ogni festa, proprio come insegnano ad Anna a scuola, tocca  recollir, dietro l’ultimo Gigante o dietro l’ultimo petardo ci saranno una fila di netturbini efficienti. Nella piazza non resterà un solo coriandolo.

Ma finché è il suo tempo stiamo insieme anche quest’anno. Perché forse è proprio il rigore che ci permette la festa, il travestimento, il gioco dei piccoli diavoli.

Sì, va bene ma che si mangia qui a carnevale?
Dimenticatevi le frittelle, quella è roba da Quaresima che visto che tocca andare di magro bisognerà pure consolarsi. Carnevale qui vuol dire maiale, in tutte le salse, ma soprattutto in forma di botifarra d’ou, ovvero salsiccia di uovo (sì, è gialla, e c’è davvero l’uovo dentro…) e coca de llardons, una cosetta leggera leggera, a base di ciccioli di maiale in uno scrignetto di pasta sfoglia…

Se sopravviveremo mercoledì assisteremo al funerale della sardina, cerimonia che qui chiude il Carnevale e che prevede la sepoltura della sardina del Parco de la Ciutadella. Verrà poi la Vella Quaresma, con le sue sette gambe, ma questa è un’altra storia.

Write A Comment

Pin It