Ci si innamora, certe volte, senza rimedio. Quando succede il tempo batte un tempo tutto suo: tic tac, tic tac piano piano e forte forte. Ci si condanna così all’attesa, con pazienza, perché non si è trovata una soluzione migliore.

Noi ci siamo innamorati di un orologio, anzi peggio ancora della sua cassa. Così almeno crediamo, perché a dire bene non siamo nemmeno sicuri di cosa esattamente sia. Ma da quando (quasi un anno fa) lo abbiamo visto nel negozio di Caroline non c’è stata ragione: noi abbiamo aspettato lui e lui ha aspettato noi.

Sabato è arrivato finalmente a casa, tra le mie braccia e quelle di Osvaldo, il trasportatore che ogni volta che sente fare il nostro nome si segna, per via di quel quinto piano senza ascensore.

Lui, il nostro orologio (o come lo chiama Anna il nuovo armadio…), profumava di cera e ci è sembrato dentro casa molto più alto. Lo abbiamo accomodato nel posto che avevamo immaginato per lui e subito, quasi subito a me è tornata in mente la storia di Giufà.

Giufà era tutto un personaggio e tutta una storia che hanno animato la mia infanzia nella sua parte siciliana. La nonna e pure la nonna-grande (la bis-nonna) mi raccontavano le sue avventure assurde, sempre con un risolino sulle labbra, come se parlassero di uno di famiglia, dello zio Pasqualino finito in Australia per errore, o dell’amico del nonno che si stampò a posta un piatto di spaghetti sulla camica candida  in un pranzo d’estate. Giufà era un credulone, un tonto che forse al fondo faceva il furbo, che iniziava con tutto e finiva con niente. Un filosofo probabilmente.
Viveva mille avventure, mille cortocircuiti di troppo pensare: se la mamma gli diceva Giufà, tirati la porta quando esci, lui ubbidiva ciecamente a quell’uso transitivo del verbo, scardinava la porta e se la caricava sulle spalle. Ma di tutte le sue imprese di eroica semplicità quella che più mi è rimasta nella memoria è l’immagine di un Giufà seduto sul tetto, intento a consideare tutte le possibilità per spendere i suoi tre soldi. Comprarsi un sacchetto di ceci, una gallina, o risparmiare, considerando ogni esito, ogni strada senza naturalmente imboccarne nessuna.

Che c’entra Giufà con il nostro orologio? C’entra perché per quanto Anna sia generosa nel chiamarlo il nuovo armadio, l’orologio ha una pancia piccina piccina (che fa venire in mente un’altra storia, quella dei sette capretti… ma questa è appunto un’altra storia) e sembra difficile, molto difficile capire cosa metterci.

Avevo pensato che le mie riviste di cucina avrebbero finalmente trovato la loro consona casa, ma mannaggia a Saveurs che è troppo largo, e se il nuovo Marie Claire Idées ci sta di misura che ne faccio di tutti i numeri con il vecchio formato? L’unica che ci si sistemerebbe come un guanto è la catalana Cuina ma non se ne parla di separarla dal gruppo.
Gli stracci, le pezze di cucina, i lini e i fazzoletti sono una possibilità praticabile, ma tre ripiani sono pochi per tutte le suddivisioni di cui ho bisogno per capire poi quale cercare (bianchi, rigati, lino, colore, pizzo, ricamo). Tocca pensare di aggiungere qualche ripiano?
Capito. Ci metto tutti i vetri, oppure anche tutte le tazzine, perché di infilarci i piatti nemmeno a parlarne, non ci entrano, non c’è verso.

Ci metteremo libri, almeno quelli piccoli; le macchine fotografiche e gli obiettivi; le scarpette di Anna; i trucchi della mamma; ci metteremo tutte le chiavi di casa, i diari, i biglietti da visita, gli intrugli per le piante, la collezione di quaderni nuovi, le borsette, i profumi, le Piny pon… ci metteremo tutti i tesori.


Giufà è seduto da qualche parte, ci guarda e sicuramente sorride.

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