Il nord, il sud sono concetti relativi. Si è sempre il sud di qualcuno e il nord di qualcun altro e se se ne volesse una prova provata basterebbe pensare a quel luogo del cuore (e nel mio caso anche della vita) che è l’Alto (Adige) visto da sotto e il Sud(Tirol) visto da sopra.

Per me che ho vissuto tutta la mia vita delle scuole in Trentino l’Alto Adige è un altrove prossimo. Una manciata di chilometri, ma pur sempre un confine che si percepisce lentamente nello stringersi della valle, nello spiovere dei tetti, nella cura di certi balconi. Ti distrai un secondo e tutto è già cambiato.
Il legno ha un altro sapore, le finestre mutano forma, le tende pure, per non parlare del cibo e ovviamente della lingua che non è certo prossima. Dentro ad ogni differenza ci sono però similitudini e condivisioni e soprattutto dentro ad ogni differenza ci sono altre differenze. Non solo Tirolesi ma anche Ladini!
L’identità ladina è tenace e testarda: una lingua e una cultura latina che vivono nello spazio ristretto di poche valli, a metà tra la fine d’Italia e l’inizio dell’Austria. Forse, a pensarci bene, proprio il punto esatto in cui il Mediterraneo stringe la mano al mondo germanico.

E noi proprio lì, nell’alta, altissima Val Badia, siamo andati a passare una settimana di neve (molta!) e di freddo (moltissimo!)

Le previsioni erano feroci lette da fuori, con una minima minacciosa di -23 e una massima agghiacciante di -11, ma la verità è stata un’altra. Non che le previsioni sbagliassero, abbiamo toccato esattamente quelle cifre, ma mentre tutta la penisola batteva i denti e la neve si affacciava persino a Barcellona, noi non abbiamo avuto un minuto di disagio. Sì certo, siamo usciti nelle ore calde (!), avevamo un’attrezzatura degna di spedizioni artiche, abbiamo evitato di stare fermi più di qualche secondo, ma ce la siamo goduta.

Abbiamo sciato, camminato nella neve, dato da mangiare carote ai cavalli, fatto pic nic sotto la neve nella casetta di Heidi. E ci siamo concessi molte saune, molte ore di piscina, frittelle di mele e una passeggiata sulla slitta trainata dai cavalli nel bianco assoluto, ben avvolti da coperte caldissime.

Riportiamo a casa molte cose. Per Anna un vestito ladino che non c’è modo di farle togliere, pigne e licheni da portare a scuola, un’amica di sei anni che si chiama Elena, la vertigine delle discese con uno slittino vintage, l’avventura di aver guadato un torrente gelato, la meraviglia di affondare nella neve fino alla vita dove nessuno è passato prima, lo stupore un poco impaurito difronte all’apparecchiatura formale sulla tovaglia ladina: “Che tragedia! Come facciamo mamma?”

Per me l’immagine senza parole possibili dell’infinito contemplato dalla cima del Lagazuoi (2752 m a -21 °C), una settimana di coccole senza dover pensare a nulla, la sensazione euforizzante di uscire sul balcone per qualche secondo all’alba a piedi nudi, una nevicata assaggiata dalla vasca idromassaggio all’aperto. E un mal di gola tremendo pescato appena scesa a valle.

Il fotografo lui è rimasto a pendolare tra Roma e Barcellona beccandosi minime millenarie sia qui che lì.
Marie ci ha accompagnato preoccupata con il pensiero ed è ancora scettica che quel freddo possa essere amico, ma l’anno prossimo la portiamo in Ladinia e la convinciamo che si sta al caldo.

PS mi pare pure che il ladino in qualche cosa somigli al catalano, quando si dice sentirsi a casa.

2 Comments

  1. Che racconto meraviglioso. Un angolo di paradiso imbiancato e tanta magia, grazie per averlo condiviso con noi.

    Ila

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