C’è voluto qualche giorno per mettere via del tutto l’esperienza gigante di Alimentaria, fiera fuori misura che riguarda tutto l’intero comparto alimentare che si è svolta dal 16 al 19 aprile qui a Barcellona.

E dire che ci ero andata preparata: scarpe comode (e pure ricambio ), borsa alleggerita di tutto l’innecessario e progettata tatticamente. Ma i 100.000 metri quadrati di superficie, gli otto padiglioni e la quantità infinita di stand, prodotti, persone, allestimenti e soprattutto di chilometri percorsi mi hanno un tantino stesa.

Questo effetto, tocca dirlo, lo fanno un poco tutte le fiere, e per questo in generale me ne tengo alla larga ma, con tutta la fatica e lo stordimento, andare è stato utile, per non dire necessario.
Ne ho scritto in 3300 caratteri sulle pagine del Corriere della Sera (trovate l’articolo qui: https://cucina.corriere.it/notizie/18_aprile_20/jamon-olive-oil-bar-se-nuove-tendenze-food-nascono-barcellona-a0fcd8dc-4488-11e8-af14-a4fb6fce65d2.shtml ) e a mente, e piedi rilassati non posso che dire che tra due anni ci vorrò tornare.

 

Occuparsi di cibo dal di dentro, cucinando e facendone percorsi propri, rischia di far perdere di vista il fatto che l’alimentazione è tante e tante cose: la nostra spesa al mercato, il kilometro zero del nostro contadino di fiducia, la ricetta della torta di mele della vicina, ma è anche, gomito a gomito, industria (pure pesante!), progettualità, promozione, sistema.

Ignorarlo non credo che sia un buon affare: tocca sempre metterci le mani, gli occhi, la testa e pure la pancia.

Perché non si può tagliare corto o semplice, condannare l’industria per principio in nome di un’artigianalità qualche volta fittizia, altre volte arroccata, spesso classista.
Per questo è stato utile camminare per quattro giorni dentro ad Alimentaria, che è per inciso una Fiera ben costruita dal punto di vista della sopravvivenza umana: molto spazio, buona aereazionee, una quantità di gente necessariamente ben distribuita, nessuna coda alle toilettes e persino dei “cortili” a cielo aperto per l’ora d’aria.

Settanta paesi partecipanti, centocinquantamila visitatori professionali, quattromilacinquecento espositori e trecento prodotti innovativi presentati.

Queste le cifre ufficiali ricavate dal dossier de la prensa, poi però, sarà che di mio sono analfabeta con i numeri, faccio fatica a ritrovare il senso nello sciorinare gli zeri, per non dire dell’allergia che provo per l’elenco dei prodotti innovativi (per la cronaca e citando un poco a casaccio nell’edizione di quest’anno: confetti di prosciutto e di chorizo, pizza di kitkat, crocchette di gin tonic, torrone liquido e pure di aria, gin senz’alcol eccetera eccetera…).

Quello che invece mi rimarrà nella memoria è sicuramente la Olive Oil Bar, ovvero un condensato di profumi e di sorprese che confina completamente nel dimenticatoio le antiche idee (ed esprienze…) sul livello scadente della produzione spagnola.
Centoventidue oli extravergine di oliva in degustazione libera e io ho avuto il mio personale colpo di fulmine, manco a farlo apposta, catalano (Ros Caubò, varietà Arberquina, di Set e Ros).

Sempre da immigrata in terra iberica continuano a sorprendermi come il primo dia la quantità, ma anche la qualità delle conserve. Per qualche strana ragione, che mi piacerebbe un giorno poter indagare, in Spagna si mette in barattolo di tutto, soprattutto pesce e verdure. Qualche volta con esiti eccellenti, molto lontani dall’accaparramento delle scorte di guerra che rappresentavano per mia nonna tutte le scatolette.

Se poi tutta la Fiera (come il resto della vita alimentare di questo tempo) era piena di prodotti sostitutivi, vegani, salutisti o forse meglio funzionali, un angolo non piccolo (ovvero un intero padiglione 15.000 m2 !) era dedicato alla carne. Un poco macabra ma impressionante la teca in cui erano esposti animali praticamente interi, diventata lo sfondo preferito per i selfie dalla Fiera (!!).
Più serimante c’è da dire che la parte congressuale di Alimentaria ha dedicato un grosso spazio agli alimenti Halal e in particolare alla macellazione della carne secondo i dettami di questa tradizione, che sta raggiungendo i consumatori ben al di là dell’appartenenza religiosa o etnica.
Oltre a questo val la pena di segnalare la lunga durata della tendenza alla carne di lunga frollatura e anche proveniente da animali non giovani, ma anzi definiti vecchi. Ed io ogni volta mi meraviglio di quanto possono cambiare le cose nel giro di pochi anni: sempre per mia nonna la carne doveva essere soprattutto fresca, non importava che fosse tagliata al rovescio, ma doveva essere vitello e fresca fresca!

Per tutto il resto, molto ed anzi moltissimo del visto e molto moltissimo dell’intravisto (vino, cockteleria, hub, showcooking, eccetera), tocca ammettere che rimarranno in mente immagini nitide ma in un montaggio frammentato. Ed oltre a qualche rimpianto (ah avessi riservato più energie per i padiglioni finali dedicati a tovagliati, piatti, bicchieri e posate…) la maggior parte del fiato lo riservo ai buoni propositi: ho due anni per giocare d’anticipo e allenarmi alla maratona, per passare con venti passi dalle gelatine russe all’harissa algerina, dal tè marocchino allo snack di tofu coreano, dalle alghe di Galizia alla melassa di mais nero peruviano, dall’aglio nero al cioccolato bianco, dal pomodoro rosa alla crocchetta verde (di gin tonic!).
Ce la possiamo fare!

    Segnatevi dunque le date: Alimentaria torna a Barcellona dal 20 al 23 aprile del 2020, sembra una data da Star Trek ma è tutto tremendamente vero.

 

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