Questo post è una cosa seria, una di quelle cose che avrei voluto che qualcuno mi dicesse, mi spiegasse, mi risolvesse.

Non credo di poter fare una valutazione realistica di quanto tempo, di quante ore, di quanti giorni (sommandoli tutti) io abbia trascorso nell’inutile, frustrante impresa di scollare perfettamente le etichette dai barattoli.

Due cose sono infatti ovvie ed evidenti per chi ci abbia provato almeno qualche volta: l’operazione è inutile perché l’etichetta se è benevola se ne andrà praticamente da sola, ma se è cattiva contate pure di potervi rompere le unghie con la paglietta argentata (dopo aver usato acqua calda, acqua fredda, soda caustica e nitroglicerina), l’etichetta non se ne andrà.
La seconda evidenza riguarda solo apparentemente il lato estetico: un barattolo non perfettamente “scollato” non è solo brutto, ma qualcosa di più. La prova empirica del fatto che il vetro non è perfettamente reciclabile, non nelle normali cucine, dove un barattolo “segnato” dalla carta o dalla colla è un barattolo inservibile, almeno per me… e per la lavastoviglie.

Lei, la lavastoviglie, rigurgita dopo mesi microscopici frammenti di carta appiccicosa incastrati pericolosamente tra i buchini del filtro e contamina con la sua tosse di scarico impefetto tutta la vaisselle, i bicchieri soprattutto…

Certo deve pure essere questione di sensibilità perché il Fotografo, lui, non ci bada, direi che anzi nemmeno se ne accorge, tira dritto anche ora che, cercando di fare a meno della plastica per ragioni intrecciate e diverse, la casa trabocca di barattoli e tentiamo di reciclare qualsiasi cosa in vetro dotata di tappo.

Però alla fine la soluzione l’ho trovata, e l’ho trovata come spesso mi succede in un libro, quel Raw di cui avevamo già parlato, sbarcato dall’Islanda nelle nostre vite.

Ho provato senza troppa convinzione, convinta più che altro di aver già  provato ogni cosa, convinta che più che l’olio occorresse l’aceto, nell’illusione di poter corrodere invece che far scivolare via le cose.

Però funziona, funziona per davvero, funziona come nelle favole, con un poco di pazienza, ma funziona. Il che mi ha fatto pensare che lì in Islanda, nella terra del ghiaccio, come nello “stile di vita vegetariano moderno” che è il sottotitolo del libro di Etta Eiriksdottir devono abbondare i barattoli riciclati.

 

La ricetta:
3 cucchiai di bicarbonato di sodio (oppure due di sale marino in scaglie)
50 ml di olio di oliva

Mescolate il bicarbonato con l’olio e conservate da parte.
Tenete in ammollo i vasetti etichettati in acqua calda saponata per un paio d’ore almeno, poi strofinate più che potete con la parte abrasiva della spugna per togliere quello che si può. Stendete il composto magico, sfregate un poco e lasciate agire se necessario, immergete nuovamente i barattoli nell’acqua saponata e poi sciacquate. Gioco fatto.

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