Quando dieci anni fa iniziammo a mettere insieme le parole, le foto e gli ingredienti di questo blog l’idea, nemmeno del tutto consapevole, era quella della condivisione. Non solo per noi, ma in fondo per tutti. Aprire il quaderno delle proprie ricette e di fatto la propria vita, tenere un diario di quello che succedeva dentro alla cucina e per cerchi concentrici tutto intorno.

Era un lusso, lo so adesso, avere il tempo e la possibilità di leggersi, di commentarsi, di conoscersi, una curiosità da classe di liceo, di chi si vede ogni mattina e si misura i passi, la vicinanza e anche la distanza. Poi mentre eravamo impegnati a vivere (e a mangiare…) tutto ha preso un’accellerata vorticosa, sono arrivate cose nuove, altre si sono perse.

Non sono sicura che sia un bene, ma nemmeno che sia un male, forse semplicemente le cose cambiano, esattamente come cambia la vita. C’è però qualcosa nel fatto di occuparsi di cucina, di cibo che ci preserva dal perderci del tutto: chi lo fa, chi cucina per davvero, chi mette insieme un progetto anche minimo orientato al futuro prossimo di un pranzo o di una cena, ha per forza in bocca la condivisione.

Convocare qualcuno alla propria tavola vuol dire immaginarlo seduto prima che ci sia, apparecchiargli un luogo e un tempo, anche piccoli piccoli, magari solo uno strapuntino con un tovagliolo a quadretti per la durata di un panino.

Significa pre-occuparsi, mi scappa da dire e lì mi inchiodo alla responsibilità di non degenerare: che sia una cosa bella cioè, che sia prendersi il tempo ma lasciar stare l’ansia. Preoccuparsi non serve, anzi di solito non aiuta in cucina (e forse in generale), occuparsi-prima può essere un gioco divertentissimo.

Per questo abbiamo deciso di riprendere una vecchia idea, quella  di cercare di raccontare dei menù dal vero, delle cene per davvero. Lo facciamo (lo faremo?) seguendo il filo di un libro, ogni volta diverso. Abbiamo deciso, e non a caso, di partire dal libro di Angela Frenda, La cena perfetta che sembra prestarsi perfettamente a questo gioco, in primo luogo perché si misura con la costruzione di un menù (l’esercizio più difficile ci pare di aver imparato in questi anni9, un poco perché ha in bocca proprio quel sapore di condivisione che vogliamo ricordarci di non dimenticare.

Come abbiamo fatto dunque a sceglierci il menù?

Per prima cosa andando a passeggio per il libro, sfogliando l’organizzazione dei mesi con cui è suddiviso e lasciandosi andare a quello spasso imparato da ragazzine sfogliando le riviste di allora. Guardi una ricetta, una foto (e quanto quanto è migliorato il livello negli ultimi anni!!) e immagini come sarà/sarebbe cucinarlo, mangiarlo, farlo per qualcuno, un poco come quando al cinema o dentro un romanzo ti immagini nella vita di un altro.
Poi metti i piedi per terra e getti un’occchio alla dispensa: c’è qualcosa che abbonda, qualcosa che non può più aspettare? e da lì ti proietti al mercato, dai fornitori di fiducia in un esercizio di equilibrio tra l’ambizione e il possbile.
Poi tocca quadrare il cerchio: il menù ha le sue regole di equilibrio e alternanza. Ricordo mia madre inforcare gli occhiali e appuntare in una grafia forte e blu di biro possibilità e ingredienti, barrando le ripetizioni, bannando dolci troppo corposi in menù già sostanziosi, e tenendo conto delle affinità, delle antipatie, dei dogmi e dei divieti di ogni suo ospite. Io faccio un poco più ad occhio, cercando di ricordare che ad Elena non piacciono le olive (come sarà mai possibile?), che la Tina adora la tartare e naturalmente che il Fotografo, convertito salutista, ha un suo mantra di cose possibili e impossibili.

da tutto questo e dal libro di Angela è venuto fuori il nostro menù, per una cena di fine novembre in cui eravamo sei a tavola: 2 bimbe, tre donne e un Fotografo.
Ecco cosa abbiamo mangiato:

– Dahl di lenticchie (p.44)
– Cavolfiore alla piastra (p.52)
– pollo agli agrumi (p. 88)
– Torta morbida al cioccolato con burro salato (p. 36)

Le ricette sono tutte tratte da La cena perfetta, poi certo come sempre succede e sempre succederà, le abbiamo dovute adattare al nostro contesto, alla nosta dispensa e alla nostra vita.

Il Dahl di lenticchie è assolutamente  classico e molto confortevole; la differenza la fa il prepararsi la base di spezie da soli e il trucco di frullare una parte della minestra per avere un tono più cremoso. La faremo e la rifaremo, sicuro! anche perché le lenticchie rosse hanno il vantaggio di non richiedere la premeditazione di  un lungo ammollo. Unica variazione, ma davvero minima, abbiamo salato con acidulato di umeboshi alla fine, anche per aiutare il tocco acido del limone a compensare la dolcezza delle lenticchie.

Il cavolfiore alla piasta è una ricetta facile in principio ma con qualche complicazione al momento di tagliare le fette regolari senza romperle. Vanno poi immerse in acqua bollente per 30 secondi (meglio una alla volta) poi prelevate, raffreddate, impregnate di una marinatura aromatica e poi passate alla piastra. Nella nostra versione abbiamo aggiunto al mazzetto di prezzemolo, anche qualche foglia di menta fresca che ci aveva regalato al mercato la Enriqueta e servito in tavola il cavolfiore accompagnato dalla sua salsa ma anche da un guacamole che piace molto ad Anna e Tina.

Per il pollo agli agrumi abbiamo dovuto mescolare un poco le carte. Per questioni assortite che hanno a che fare con le preferenze di casa tra petto e coscie, ma anche con la disponibilità di mercato e valutazioni di sostenibilità abbiamo scelto un pollo intero, ruspante ed ecologico, di quelli cresciuti con il suo tempo, muovendosi un poco e mangiando decentemente. Avevamo a casa un abbondanza di arance piccole e buonissime che arrivavano da un giardino che immaginiamo incantato a Reus, nel sud di Catalunya. Ce le aveva portate Manila, un’amica con cui ci eravamo salutate in un’assolata piazza siciliana sul finire di agosto e che abbiamo ritrovato a Barcellona in una giornata imbronciata e piovosa. Con lei aveva molti nuovi progetti e un sacchetto colmo di arance e limoni.
Il pollo lo abbiamo lavato e fiammeggiato, poi gli abbiamo fatto un massaggio con olio di oliva e abbiamo infilato sotto la pelle qualche fettina di aglio per dare sapore. Lo abbiamo farcito di arance tagliate a quarti con tutta la buccia e di rametti di timo, sulla pelle cannella e poco pepe, tutto intorno ancora arance e tre cucchiai di olio extravergine di oliva. Lo abbimo infornato in forno caldo a 200 °C per 15 minuti, poi lo abbiamo bagnato con estratto di arancia (con anche la buccia) mescolato a vino di Jerez, abbiamo abbassato la temperatura a 160 °C e lo abbiamo lasciato cuocere piano piano, bagnandolo di tanto in tanto con il sugo che lasciava.

Per il dolce non c’è stata storia: torta al cioccolato ha dovuto essere. Anna sbirciando il libro di sottecchi ci ha messo mezzo minuto ad individuarla e da lì non ci sono state ragioni. Ai ribes, difficili da trovare nel nostro mercato di quartiere, abbiamo sostituito i chicci di melograno che sono una pena da sbucciare ma una festa da sbocconcellare. Io che ho un pessimo rapporto con il forno di questa casa qui a Barcellona, ho finito per cuocerla un po’ troppo ma la prossima volta mi ricorderò di aver meno paura e di spegnere prima il forno.
Da ogni storia dal vero c’è molto da imparare.

Grazie a Cinzia, Elena, Tina ed Anna
e grazie Angela per questo libro.

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