Silenziosi, anzi silenziosissimi siamo stati in questo inizio di anno che si è fatto lungo lungo. Ma la verità è che molte cose bollivano in pentola e ancora bollono, in diverse fasi di cottura e di sapore.

Oggi però dovevamo proprio riallacciare il filo perché siamo felicissimi di poter dire che finalmente, dopo tre anni di lavoro, esce la nostra Cucina di Napoli, progetto calycanto scritto, pensato e vissuto assieme a Lydia Capasso, sempre per Guido Tommasi Editore.

Dentro c’è un viaggio lungo lungo fatto di stagioni diverse e di sguardi diretti ed obliqui, perché Napoli è una città (e una cucina) difficile da capire e da afferrare fino in fondo. Quando credi di averne acchiappato il filo, scopri che ce ne sono molti altri tesi in direzioni intricate, sovrapposte o centrifughe, ma sempre bellissime.

Come per i fili di panni stesi che non siamo riusciti a fotografare così i fili di Napoli si muovono tra i clichè e la verità e tutto si tiene: la pizza a portafoglio, la poeticità dello scammaro e delle vongole fujute, i timballi e le sfogliatelle ricce, il danubio, la galantina, quel che viene da dentro e quello che veniva da fuori.

Suntuosa o povera, la cucina di Napoli non si accontenta, celebra il boccone che mastica avidamente e anche il suo immaginario, senza poter distinguere, come ricordava Erri De Luca, tra il ragù e la notizia del ragù, quel profumo lento e sicuro che avvolge la casa, il vicolo, la strada, che non solo annuncia il pranzo, la domenica, la festa ma che è già tutto questo.

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