Justino (il mio lievito madre nato in quarantena) fa il suo lavoro, anche se mi riempie di dubbi. Cresce bene? cresce abbastanza? avrà mangiato a sufficienza? gli manca acqua? gli manca farina? fa troppo freddo in frigorifero?

Poi realtà, mettendo i dubbi da parte, facciamo il pane una volta a settimana e ci pare che non sia male; non perfetto certo, ma buono quanto basta per arrivare stretti alla fine della settimana.
Quello che però certamente è cambiato rispetto all’inizio, circa due mesi fa quando ho iniziato a “covarlo”, è che non temo più l’esubero, anzi.

Perché l’esubero permette un sacco di esperimenti e anche di piccoli vizi: così dopo le lingue di suocera di Manuela e le sfoglie sottili come pane carasau è venuto il tempo delle freselle.

Per le freselle ho un amore tutto particolare: mi sembrano un cibo imbattibile, che sa di estate e che è una risorsa assoluta, se hai delle freselle puoi non preoccuparti, qualcosa farai.

Grandi sacchi di freselle sono state il primo regalo che ho ricevuto da Lydia, tanti e tanti anni fa. Ci riempivano la dispensa e finivano condite un poco con qualsiasi cosa ci fosse a tiro, connubio imbattibile di morbido e croccante che sembra poter esaltare qualunque sapore.

La ricetta dunque non poteva che essere la sua, la trovate qui:
http://tzatzikiacolazione.blogspot.com/2009/07/un-post-nato-al-telefono.html
e scoprirete che è nata al telefono e che ha dentro tante e tante storie di un tempo che sembra lontano, ma anche molto vicino.

Per condirle pomodori che cominciano ad essere buoni, cipolla rossa poca poca, olive, basilico, un pizzico di sale e olio buono. Ma per le prossime sere (o pranzi) abbiamo in programma tante e tante alternative, sommando e sottraendo, a seconda dell’estro e del mercato… si scommette su tonno, filetti di alici, feta e se riuscissimo a metterci le mani sopra anche una buona mozzarella.

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