Sono rientrata da un paio di giorni appena dalla Wif 2023, ho disfatto le valigie ma tutto è ancora ammonticchiato tra i divani e lo studio, perché questa volta ho deciso di prendermi il tempo. Il tempo di essere lunga, di appuntarmi le cose con calma, per distendere le impressioni e seminare i ricordi.

Cominciamo dunque dall’inzio, ovvero dalla cosa forse più complicata: spiegare e spiegarsi cos’è la Women in Food?

Una riunione, un incontro, un confronto fra donne intorno ai temi del cibo (e non solo) che è giunta quest’anno alla sua terza edizione. Non un convegno accademico, non un congresso, un festival, una kermesse ma il tempo disteso per stare insieme in un luogo speciale, durante un paio di giornate che sono sempre estremamente dense, ma infintamente brevi.
“Stare insieme” qui significa conoscersi, ritrovarsi, e quasi sempre scoprirsi. Perché la faccenda forse più sorprendente, unica e alla fine persino magica è che nonostante la varietà, la qualità e spesso la notorietà delle donne che sono chiamate a partecipare la WiF è una cosa in cui si sta in modo personale: per quello che si è.

Sembra facile ma giuro che non lo è. Sia perché non capita praticamente mai, sia perché richiede un mettersi in gioco che non è scontato per mille ragioni che passano per tutte le sfumature della timidezza fino a quelle della generosità.

Ogni donna porta un suo tema e quest’anno una sua parola, ma soprattutto ha portato se stessa.

Se vi sembra banale provate a pensare cosa vuol dire avere a dispozione una stanza tutta per sè (sì quella di Virginia Wolf), ma condivisa e in qualche misura pubblica in cui si alternano le voci e non ci si sente sole come spesso capita nelle camere non necessariamente vittoriane. Quest’anno poi l’idea e il filo ruotavano intorno alla parola: prendere la parola, adottare una propria parola e sedersi a turno a capotavola per raccontarla. Perché le parole sono importanti, come ci ha ricordato Marisa Passera, e le donne che parlano e dicono parole lo sono al quadrato.

Dunque la Wif è una stanza (apparecchiata con cura) e un tavolo attorno a cui sedersi per ascoltare le parole delle altre e per dire le proprie. Il senso del capotavola mi è sembrato alla fin fine questo.

E che parole si sono dette? tante tantissime, di molte età, di molti accenti e di molte lingue. C’erano parole diritte e parole al contrario (come la domesticated di Anissa Helou), c’erano parole che avevano dentro altre parole come la libertà di Antonia Klugmann), c’era la consapevolezza di Luisanna Messeri (con dentro tutta la storia densa e calda di una vita) e la sorellanza di Irene Berni che in questi giorni è stata per me casa (così come lei ha suggerito a entrambe). La mia parola era tattica e spero davvero che un poco sia servita.

Io me la voglio tenere in bocca i prossimi mesi, assieme a tutte le altre, perché la Wif per me è anche un poco l’inizio dell’anno, quello “scolastico”, quello dell’impegno sincero, dei buoni propositi, delle matite appuntite ancora ben ordinate, della voglia di fare che guarda un poco più in là della stretta performance in cui la fatica quotidiana ci incalza, eppure lontana dalla “presunzione” dalla strategia, forse troppo maschile, a cui alla fine non sono mai stata capace di aderire.

Armerò la moka per molte mattine e cerchero di fare del mio meglio, di fare la mia strada ricordandomi banalmente che per dire bisogna pensare e che per pensare bisogna sentire.

Ma prima di buttarmi in questo nuovo anno devo dire grazie, ma grazie davvero. In primo luogo ad Angela Frenda che una cosa così è riuscita prima di tutto ad immaginarsela e poi a farla concreta, anche se a volte a guardarla indietro questa avventura non mi sembra nemmeno possibile e mi pare in qualche punto di aver sognato. Grazie a lei e grazie a tutta la squadra di Cook Corriere della Sera (Alessandra, Angelica, Gabriele, Giulia, Elena, e tutti tutti gli altri), grazie per avermi permesso di incontrare donne incredibili: quelle che già conoscevo, quelle che non conoscevo, quelle che ho ritrovato, quelle che ammiro tanto da non aver trovato il coraggio (e l’inglese!) per avvicinarle quanto avrei voluto. Grazie.

E grazie per questa stanza speciale. Questi giorni non sarebbero stati uguali in città o in un luogo diverso: la campagna marchigiana la tenuta incantata Santi Giacomo e Filippo, la mia stanza con un albero di giuggiole sul terrazzino, le ortensie, la cura, un orto aromatico con ancora qualche fragola tardiva, l’erba bagnata al mattino, i biscotti leggermente salati serviti con il caffè, la marmellata di albicocche della colazione. Grazie perché serve una stanza, ma una stanza così è un regalo.

Grazie anche per la tavola, quella delle parole e quella dei pranzi e delle cene. Grazie per la cena sull’acqua dello chef Davide Di Fabio, grazie per la cena di gala nel cortile del Palazzo Ducale di Urbino, per le mani di Viviana Varese e Errico Recanati mai avrei immaginato una favola simile.

E grazie per tutti i regali, veri e propri. Grazie per la presenza delicata di Paola Ginevra Buonomo, forte e solare, grazie per la sua lezione di yoga al mattino, grazie per la sua disponibilità e il suo sguardo franco (la prossima volta sarò meno timida in fatto di tarocchi).
Grazie per le bollicine Taittinger: hanno reso più fluide le parole senza che avessi mai nemmeno un accenno di mal di testa.

Grazie infine per la valigia con cui sono ripartita: una borsa con la dichiarazione programmatica che vorrei nella mia vita scritta in bella grafia rosa, il caffè Vergnano che sarà nelle mie mattine, la scatola di latta della Barilla nella sua livrea migliore, il grembiule Levoni di tela spessa e disegni leggeri che ci litigheremo il Fotografo ed io, l’olio Coricelli che ha reso il driver che mi ha riportato in aereoporto alle 5 del mattino un uomo felice e poi lui, l’oggetto del desiderio lo sbattitore elettrico Cuisinart da borsetta versione senza filo…. la mia cucina di Cerzazza, quella senza bilancia e con il forno zitto a due sole modalità (forte e più forte…) non sarà più la stessa.

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