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le uova della vicina

A pensarlo non c’è nulla di più perfetto: un guscio resistente e fragile, poroso e scontroso, capace di resistere e pure di cedere (non sempre al momento giusto…), un cuore giallo di “sole” e un’aria leggera intorno a fargli da bianca corolla. Ma tant’è le uova sono nel nostro paesaggio quotidiano  in formato da quattro, da sei e da dodici con anche la perfidia delle solitarie confezioni da due e di quelle da dieci, che servono solo a confondere le idee e i conti. Le uova sono cifre, ingredienti, astrazioni.

Deve essere colpa soprattutto dei dolci, penso, dove le uova compaiono per numero o peggio per peso, a volte intere ma più spesso divise, pura materia da montare, incorporare, legare. Perché alla fin fine anche se ti impegni a cercare le migliori, quelle eco, quelle bio, la prima scelta, a terra, all’aria, eccetera, sempre coi numeri hai a che fare: codici di provenienza, categoria e tutta la compagnia che per fortuna che c’è, perché altrimenti perderesti del tutto il cammino.
Ma quando poi, per percorsi spesso intricati, metti le mani sulle “uova per davvero” lo capisci che la differenza si tocca e che un uovo può essere un uovo. Forma e sostanza, guscio sporco compreso.

spaghetti e folpetti

Se non fosse una faccenda ormai datata, e soprattutto ovvia, ci si potrebbe pure provare a riesumare quella parola che era così nuova e che oggi ci suona tanto vecchia: fusion. Sì perché vivere in un paese diverso, o semplicemente essere un po’ curiosi, così come il l fatto di mangiare spesso a casa sono cose che finiscono per esercitare le contaminazioni. Detto più semplicemente apri il frigo e vedi che si può fare.

queso de cabra frito con miel de azahar

è più o meno da quando viviamo a Barcellona, e comunque da quando ho fatto la prima razzia di libri in catalano/castillano che volevo buttarmi su questa ricetta e decidermi a friggere anche il formaggio. Poi mi mancava l’occasione e a volte pure il coraggio (vogliamo tentarlo un calcolo a spanne di calorie e grassi insaturi?!? forse meglio anche no…), così ho rimandato fino a quando son riuscita a mettere a tacere la coscienza, accantonando la barbabietola e abbracciando (ipocritamente…) il kale.

dalla quercia all’olivo

5000 chilometri, il mare e l’oceano, fiumi infiniti e terre di ogni colore, porti, rias, ghiande ed ulivi. La nostra estate, dopo il luglio siciliano, è stata un cammino lungo che da Barcellona ha navigato rotte iberiche, di sopra e di sotto. Barcellona, Segovia, Avila e Salamanca quasi di un fiato all’andata, poi una Galizia lenta che guardava alla sponda portoghese, e Porto, il Duero, l’Alentejo poi Extremadura e finalmente Andalucia.
Cordoba lunga tre giorni e trentotto gradi di torrido sole e poi di nuovo chilometri e chilometri, distese di ulivi e poi nuovamente querce fino a Catalunya, fino a Barcellona. Negli occhi è rimasto l’ocra sconfinato e una sensazione stupita di tanto tanto cielo sopra di noi; la luce esasperata di Occidente, le ombre secche del mezzogiorno, e poi sì, querce ed ulivi, tanti, tantissime.

santelmo, postre misterioso

Quante cose possono entrare in una valigia? Calzini, libri, macchina fotografica, un maglioncino che la stagione non si decide, e poi qualcosa per la pioggia che in Galizia è acqua quasi tutti i giorni, e in ordine sparso tutto quel che si pensa soggettivamente possa servire. Ma quello che è veramente misterioso è ciò che in una valigia (in certe valigie almeno…) si può trovare sulla via del ritorno, soprattutto quando gli spostamenti sono domestici, vale a dire da casa a casa, nel caso della nostra amica Lucilla da Venezia fino alla fine del mondo (quello antico almeno), ovvero la campagna verde di Galizia, e ritorno.
Ne abbiamo parlato altre volte in questi anni e in queste pagine di questa terra, per raccontare di tetilla, pimientos de Padron, ma anche di Pelouro e abbiamo l’impressione che molto, molto altro ci sia da dire: lo faremo speriamo presto quando le valigie saranno le nostre e ci rimetteremo sul cammino, quello vero fino a Santiago de Campostella.
Per ora ci godiamo la meraviglia della valigia di Lucilla da cui per magia escono magie di incarto: la tetilla certo, un salume che ha viaggiato una triangolazione complicata, Padron, ma poi rose del giardino, fiori mai visti, marmellate e soprattutto lui il Santelmo che scriviamo tutto attaccato perché è un unico boccone di cui abbiamo sentito racconti favolosi.

conijo en escabeche (a memoria…)

Le ricette seguono strade tutte loro: a volte dritte come autostrade (per mano di libri, ma anche di amiche precisissime in memoria, dosi e maniere) a volte intricate come sentieri nel bosco con immancabili scarti di memoria e invenzioni. Questo coniglio appartiene in pieno e in tutto alla seconda categoria: niente tracce certe ma la memoria di qualcosa di assaggiato e raccontato, tipico, tipicissimo spagnolo, certo.
Poi però quando in regalo arriva, concreta, la carne e da qualche parte si riaccende il ricordo le risposte dovrebbero essere certe e invece brancolano confuse come impronte vaghe: l’aceto c’è di sicuro, la cipolla anche, l’alloro per forza (se no che escabeche sarebbe?) ma il resto? Ci vogliono verdure? brodo? In tanta vaghezza consultare la rete non è che proprio aiuti, anche perché nella testa c’è stampata l’immagine visiva di una pagina di ricettario di cucina coloniale (vale a dire più o meno Argentina) dove di sicuro compariva; ma dall’immagine alle dosi? Finché poi l’ora di cena non avvicina e a quel punto basta, faccio di testa mia…

croquetas

Il fotografo è a Barcellona, scappato domenica a pranzo tornerà, crediamo, mercoledì per cena o giovedì per colazione.
Era così tanto che mancava da quel suo luogo dell’anima che cominciava a diventare malinconico, così giusto per consolazione e contro il suo principio che vorrebbe rigido isolazionismo tra le sue patrie gastronomiche ci siamo lanciate in crocchette alla spagnola. Che poi sarebbero crocchette con base di besciamella.
Qualche dubbio in partenza lo avevavamo: si terrà sta roba? avrà un gusto troppo bambino? e invece… invece una meraviglia! ora l’idea è di impastarle con qualunque cosa capiti a tiro, baccalà, verdure e pure… pure… un qualche pezzetto di chorizo, magari e se, solo se, il fotografo si decidesse ad abdicare a quel suo increscioso principio  (“niente valigie, un solo cambio e la macchina fotografica!! non porto niente, ma proprio niente, sia chiaro!!!)

roscon de reyes

A Barcellona sono arrivati i Re Magi, Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Sono arrivati via mare ed hanno sfilato lungo tutta la città in una bellissima cavalgata, con carrozze, cammelli e catapulte che lanciavano caramelle. Avevano aiutanti che raccoglievano le lettere di tutti i bambini con le indicazioni per i regali, in Spagna infatti sono tradizionalmente loro a portare i regali nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.

baccalà alla flamenca

Ha riaperto. Il banchetto -baccalà, stoccafisso e aringhe asciutte- al mercato di San Giovanni di Dio, ha riaperto. E noi, felici e contenti ci siamo fiondati dalla signora per averne un bel pezzo di baccalà, bianco e immacolato e già carico di promesse.
A casa, anche per far le coccole al fotografo che in questi giorni festeggia un certo compleanno a cifra piena, abbiamo deciso di fare le esperienze comparate, di cucinare cioé il baccalà in due diverse versioni, etrambe di derivazione spagnola, ma molto, molto diverse tra loro. L’esigenza nasceva pure, tocca ammetterlo, da una difficoltà in cui spesso finiamo per incappare, ovvero la fatica di scegliere: quale facciamo? questo o questo? e allora è un attimo scivolare sul vabbè-allora-tutte- e-due….

tarta de queso del convento

Se continua così, saremo noi ad uscire di casa. A casa, in casa (e in particolare in cucina, ma pure sotto il letto) resteranno sole solette le collezioni di tazze, posate spaiate, alzatine, coperchietti, tegamini, zuppiere, pezzette e naturalmente la collezione per eccellenza, i libri di cucina.
Ne abbiamo di ogni formato e misura, in molte lingue alcune delle quali inconoscibili, ma naturalmente non è mai abbastanza per dirsi paghi. Sì perché il libro di cucina incarna in sè due passioni, la parola ed il gusto, a cui non si può volere dire di no, anche perché, diciamocelo, non c’è niente di più sinestesico: il libro e la cucina messi insime parlano a tutti i sensi contemporaneamente e (appunto!) in tutte le lingue.
Tutta questa prolusione un tantino verbosa per mettere le mani avanti e spiegare che c’è un che di un poco patologico nell’accumulare libri, e ancora di più nello sfogliarli per mesi e per anni senza decidersi a provare alcunché. è successo, manco a dirlo, pure per un libro spagnolo di dolci provenienti tutti dal Monasterio de Santa Maria del Socorro de Sevilla, da cui questa torta di formaggio è tratta.

Vichyssoise de tomate y menta

Il fotografo, viziato e vizioso, festeggia il suo compleanno a più tappe e sarebbe persino incline a festeggiare tutti i suoi 364 non-compleanni. Poi però gli tocca far la cena, visto che le cuoche stanno già sparpagliate di qua e di là, e allora scattano le ricette al telefono.
Consulenze via cavo, via skype, via mail e le ricette incrociano cammini intricati. Questa crema di fine estate, ad esempio, era arrivata dalla Spagna portata dal fotografo stesso dentro un giornale di cucina, poi dimenticata nel fondo di una valigia era transitata dalla Sicilia fino ai monti trentini (insomma un po’ in piccolo dalle Alpi alle Piramidi, ecc. ecc.). Mettendo ordine in cerca di tutt’altro era saltata fuori proprio mentre fervevano le consultazioni a distanza ed era perfetta: facile, spagnola, estrosa quanto basta per far decidere un maschio a mettersi ai fornelli.

croccante di …

La notizia l’aveva riportata il fotografo da Barcellona, robe esotiche che si trovano e si mangiano solo lì, ideuzze forse banali dopo che qualcuno ci ha pensato, però carine, così carine…
Ovviamente il fotografo, nella valigia mingherlina che imbarca e sbarca tra l’Italia e la Spagna, si è guardato bene dall’includere non tanto un campione, ma quanto meno qualche dettaglio e così per replicare ci siamo mossi a occhio.

Il croccante in sè era facile: nocciole e mandorle (2/3 e 1/3), tritate però non troppo fini.
Per la “colla” invece si è posto il problema: caramello o miele?  poi visto che volevamo una copertura uniforme e consistente, ci siamo buttati sul primo.
La faccenda più difficile (a parte farsi le trecce per giocare nella foto) è stato scegliere il formaggio, sì perché questa cosina con lo stecco è un croccante di formaggio, una specie di Magnum caseario. E scherzi e giochi a parte il risultato è delizioso, provare per credere: si torna bambine, trecce comprese.

crema cremada (ovvero catalana)

È già passata qualche settimana da quando il fotografo è passato per la Catalunya e prima che scappi di nuovo è bene che lasci un piccolo segno perché poi possa ripartire senza rimorsi. Qualche santo da festeggiare (mangiando) c’è sempre, e aspettando sant Jordi ricordiamoci di sant Josep, (Giuseppe, 19 marzo)
appena passato e dedicatario non dei bignè ma della Crema Cremada (in poche parole la Crema Catalana).
Ecco allora nella foto tutti gli ingredienti per una tavola domenicale in qualche “Can..” della Catalunya profonda, e non solo di 19 marzo: la crema, il pane tostato per l’aglio e il pomodoro, il porron con il becco per bere “a canna” (il vasetto di alioli c’era, giuro, ma prima del dolce il cameriere l’ha portato via!).
Sapori belli forti! E anche la crema (cremada=bruciata) pur condividendo il nome è un po’ più tosta della sorella francese (crème brulée), non si cuoce a bagnomaria, non si usa la panna ma solo latte, non si usa vaniglia ma limone e cannella.

le recensioni di calycanthus. la cerveceria catalana a barcelona

E ora chi lo sente il fotografo, diranno le cuoche vedendo le foto di un’altra scappatella catalana, Non vorrà più lavorare e pretenderà di tornare subito a Barcellona a fotografare tutti i bar della città. E un po’ è vero, il fotografo non vorrebbe più tornare, e soprattutto vorrebbe poter pranzare nella Cerveceria Catalana almeno una volta a settimana. Ma poi ci si abituerebbe troppo bene e vedere tutto quel bendiddio sulla barra non sarebbe ogni volta un’emozione nuova. Eh si, perché insieme al Ciudad Condal, un poco più giù scendendo la Rambla de Catalunya, la Cerveceria Catalana è uno di quei posti in cui si va se ci si vuole trattare bene, mangiare da re (se i re mangiassero tapas!) magari anche cercandosi un varco verso il bancone, facendosi guidare nella giusta direzione dal colore del cibo o da certi sorrisi…

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