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pasta, patate e provola

Con Napoli abbiamo un rapporto del tutto particolare: la conosciamo a gradi diversificati e pure stratificati, ma soprattutto la amiamo incondizionatamente, ignorando con il cuor leggero degli “stranieri” (forse pure un poco turisti) le invettive caustiche e apocalittiche del più partenopeo dei nostri amici, l’architetto napoletano, ovviamente.
Non ci si può fare niente, ci piace la parlata, quella un poco sbiascicata che procede con un passo insieme claudicante ed elegantissimo, ci piace l’inventiva, l’arguzia, la vitalità che non è solo invenzione o leggenda, ci piace il babà della mamma di Aldo, ci piace la sfogliatella di Scaturchio e forse pure di più quella di Attanasio, ci piacciono fino alle lacrime i friarielli che mannaggia a poterli trovare anche a Roma. Ci piace l’ironia sempre sulla punta delle dita che mai diventa sarcasmo, ci piace la poesia di Erri De Luca, la faccia triste-allegra di De Filippo, ci piace intramoenia, ci piacciono Sandro e Aldo quando duettano cinguettando come due gagà. Ci piacciono certe trattorie di una stanza appena dentro ai quartieri spagnoli, le vasche tonde e azzurre con le vongole e i pesciolini minuti nei mercati, ci piacciono i ruoti in alluminio che fanno ancora svasati e di ogni misura, il caffè con la tazzina che scotta, certi modi di dire che suonano bene a prescindere.

pastasciutta quasi autarchica

Se non fosse un po’ ridicolo si potrebbe dire che questa è una pasta di giardino. L’aglietto fresco viene dal giardino del fotografo, così come il peperoncino (raccolto dell’anno scorso) e il kumquat finito confit. La passata di pomodoro è della mano della nonna e viene dal pomodori del giardino siciliano, il mazzetto di finocchietto selvatico viene da una camminata a Villa Pamphili quasi proprio nel punto, sotto le querce, dove un anno fa festeggiavamo in bianco il nostro compleanno. Gli spaghetti quelli no, quelli vengono dalla credenza.

fettucce kumquat confit e gamberetti

Questo post ha, per una volta, una dedica specifica: Valuzza è tutto (o quasi) per te.
Ti ricordi? è passato un mese, li abbiamo messi via pieni di speranza e di sale, in attesa di scoprire se, come i limoni, avrebbero conservato il profumo. L’altra sera, per festeggiare il ritorno di Marie e Luca dal Vinitaly (rientrati più o meno tutti interi) abbiamo stappato il barattolo e sì, il profumo c’era eccome. Meno macerati dei limoni, del resto quelli li abbiamo tenuti un anno intero, ma con un aroma forte che in qualche misura deve sciogliere gli oli della buccia.
Ci abbiamo condito la pasta, con quell’equazione facile che associa bene gli agrumi ai carciofi, con in più questa volta il mare delicato dei gamberetti. Ma te lo dico in un orecchio, Valuzza mia, erano tutte scuse per aprire il barattolo e annusarci dentro.

pesto di catalogna

Finito il vintage già si riparte. Con la macchina fotografica, col treno, con l’aereo, l’importante è ripartire… Guai a chi si ferma! dice Maite, e il fotografo sospira. Marie poi non ne parliamo. Neanche a mettergli il sale sulla coda.
Insomma qui a Roma non c’è già più nessuno. Restano, per fortuna, gli avanzi! (non so se fidarmi a mangiare avanzi del 1920!), un barattolino pieno di pesto e un blocco con alcuni appunti.
Il pesto poi è un avanzo di un avanzo, visto che è fatto con le foglie scartate della catalogna convertita in puntarelle!
E alla fine c’è anche l’emozione un po’ trasgressiva di fare una foto un po’ pasticciata, senza luci e con le “pezzete” spiegacciate e umide!

spaghetti porri e alici

Con questi spaghetti volanti di foto e di fatto entriamo nel terreno del minimal. Pochi ingredienti, poco lavoro, poca manipolazione, poco tempo e un’altra buona intenzione: quella di usare (!) prima di far scadere (!!) le cose buone conservate in dispensa con cura maniacale e parsimonia da tempi di guerra.
Per carattere o per sorte siamo infatti specialiste nel feticismo esasperato da armadietto, conserve allineate, tè (ormai) svaporati, ma anche paste, cioccolato, sale, spezie di ogni genere spesso riportate dai viaggi o anche, da quando esiste il blog, da riunioni gastronomiche di tutti i generi. Così in attesa di chiudere le valigie per i tre giorni di Identità golose a Milano ci siamo guardate in faccia e abbiamo fatto uno sforzo: le acciughe del Cantabrico, il fondo di un sacchettino di mandorle siciliane e gli spaghetti zero (inteso come impatto, perché realizzati con grano coltivato in un’azienda agricola dell’Università Federico II, incartati in materiale interamente riciclato e riciclabile inchiostro compreso) del bellissimo progetto della Garofalo riportati dal Salone del gusto di qualche mese fa. Ne valeva la pena.

tagliatelle al curry verde

Ci sono regali destinati a cambiare le abitudini, se non proprio a dischiudere mondi. In questo caso trattasi di macchina per la pasta, di quelle a manovella, tradizionali, tradizionalissime, tutta cromata e dal nome incorruttibile.
è entrata in casa a Natale, dalle mani di una persona speciale, e da allora è stato come da bambina con un giocattolo nuovo, una specie di “a noi due” pieno di promesse, ma da subito carico di fisicità.
Sì perché personalmente non ci avevo provato mai, la pasta fatta in casa non faceva parte della mia valigia di saperi di cucina, mia mamma non la faceva, mia nonna poco e solo di grano duro, ma niente sfoglia.
Io per parte mia mi ci ero buttata (con Marie si intende, già molto più navigata) studiando la bibbia delle Simili, sfruttando i video di youtube e i consigli di Sara (che vanta discendenze emiliane), ma sempre e soltanto brandendo il mattarello. Risultati discreti, poi via via più buoni ma molta, molta fatica e qualche volta persino lividi tra il polso e il confine del palmo. Roba dura insomma, che relegava la pasta fatta in casa nel rango delle imprese, possibili certo, ma di quelle da partire armati se non altro di pazienza, energia e tavolo amplio.
La macchinetta rende le cose decisamente più quotidiane, per quanto non abbia ancora capito quanto pesi il fattore novità. Ma per ora è un gioco appassionante, che lascia intatto il piacere dell’impastare e del giocare a sperimentare le farine e i gusti e schiude interazioni potenzialmente infinite con il giocattolo di cucina preferito dello scorso anno, l’essiccatore.

spaghetti scampetti e carciofi

A leggerlo tutto di filato il titolo della ricetta di oggi sembra la scampagnata di tre amici al bar: carciofi, scampetti e spaghetti si incontrarono per caso e finirono per pranzare insieme. Ma la verità è che a leggerla così ci sarebbe pure del vero.
Nella vita complicata di questo blog, infatti, diventa difficile alle volte vedere gli amici, tanto più quando gli amici hanno a loro volta una vita molto, ma molto complicata e, nella fattispecie dell’amica in questione, annoverano quattro, dicasi quattro figlie, un lavoro parecchio impegnativo e, non da ultimo, un blog di cucina.
Così la scorsa settimana pranzare con Enza è sembrato un mezzo miracolo. E ancora più miracoloso del riuscire a sedersi a tavola assieme (due calycanti su tre e Enza tutta quanta) è stato il fatto che per pranzo non ci fosse riso bollito. Per una strana maledizione, infatti, in tutti i (rari) pasti condivisi con Enza (mischina!) le abbiamo propinato immancabilmente riso bollito. Come scusa (parziale) possiamo addurre il fatto che erano giorni  di grandi cucinamenti (per i libri, sempre per quei due libri che ormai fingiamo di non aspettare più…) e appena si poteva riposavamo la testa e la pancia tornando al cibo basico, alla quasi medicina. Ma Enza poveraccia?
Dunque questa volta, costi quel che costi, non doveva essere riso bollito. Al mercato di Sangiovannididio c’erano scampetti piccini e rosati e caricofi nuovi, a casa un pacco di spaghetti monograno Felicetti al farro da 250 g, il tempo in compenso come sempre è stato molto poco, ma olè ce l’abbiamo fatta!

tagliolini di farina di castagne

Essendo di fatto oramai una settimana che mangiamo pasta con la zucca (quella del contest Garofalo) per essere sicure di ricordarla tutta a memoria domenica sera al Salone del Gusto, ci siamo convinte che era meglio, per almeno un giorno, provare a pensare ad altro.
Così ci siamo messe a giocare, ma giocare per davvero, impastando la farina di castagne, che abbiamo scoperto duttile e malleabile quasi come la plastilina.
Impastare del resto calma l’ansia, si sa, poi però quando si è trattato di pensare a condire i tagliolini l’opzione zucca si ripresentava… prima di ricaderci abbiamo optato per olio, timo fresco, nocciole salate (le loro) e parmigiano.

spaghetti alla chitarra con ratatouille di resti

 

Sono giorni di grandi cucinamenti e soprattutto di programmazioni, elenchi, liste della spesa e corse a cercare quello che manca in un andirivieni incessante (e un tantino ridicolo) tra Peroni e Castroni, Castroni e Peroni… poi, a casa, si scopre che per qualche ragione molto sibillina da mangiare per cena non c’è nulla, o quasi.  Aperto, il frigo del fotografo, manda il suo proverbiale eco e sul fondo si scovano due quarti di peperone, mezza melanzana, una zucchina e abbondanti (almeno quelle) cipolle rosse… va bene, possiamo sopravvivere (e con un certo piacere) anche stasera.

 

spaghetti zucchine, basilico e ricotta salata

Incominciamo a crederci. Che il tempo possa virare al bello per una lunga intera giornata (anche su Roma), che persino la piantina di basilico del supermercato possa ambientarsi nel giardino del fotografo, che si possa lasciare a casa la giacchetta, che i pomodori sui banchi del mercato abbiano un rossore di sole. In tutto questo, se ancora le mani sono pallide, volevamo almeno che la pasta fosse di primavera, se non proprio d’estate, e così con quello che c’era in frigo (!) si è messa insieme una pasta veloce tra zucchine appena saltate, ricotta salata, cipollotto fresco e molto basilico. Tutto molto verde, sfondo e ceramica compresa.

chitarra di lupini e tartufo di Roberto

I cieli di mezza Europa sono (sembra…) ingombri di fumi e sguarniti di aerei. è così che il fotografo, rimasto con i piedi un po’ a mezz’aria, si trova a bivaccare tra gli aereoporti, mandando qua e là segnali confusi, ovviamente di fumo. Se non fosse male diffuso (con poco generalizzato gaudio!) la prenderemmo come un fatto personale, perché dopo la rottura della chiavetta di connessione, la prognosi riservata di una macchina fotografica su due, l’allagamento di casa e altre due o tre inezie saremmo pronti a inventarci qualche rito propiziatorio.
In attesa che il fotografo “atterri” e ci dica come sapevano, gli spaghetti alla chitarra di Roberto ce li godiamo immaginandoli in assenza, perché, come se non bastasse, le fotografie che ci ha mandato sono il prima e il dopo. E il durante?  Evaporato in una nuvola, chiaro.

chitarra bottarga e finocchietto

Siamo alle solite, in viaggio e con una connessione quasi inesistente, mentre il “povero” fotografo stira ed inamida le stoffe, c’è chi si abbarbica alla finestra in riva all’Arno per tentare di carpire un segnale e c’è chi srotola l’ultimo fazzoletto di finocchietto riportato dalla Sicilia. L’idea è quella di mettere insieme una pasta con il poco che abbiamo stipato in valigia sapendo la casa di Firenze praticamente disabitata: il limone e il finocchietto da Cerzazza (il giardino siciliano), la bottarga regalo sardo e gli spaghetti alla chitarra che abbiamo trovato in dispensa. Siamo quasi al cinquecentesimo post e ci sembra incredibile che abbiamo potuto mangiare tanto…

ziti al bloody mary (favole al telefono)

C’era una volta un fotografo di monteverde che era tenuto sotto l’influsso di un potente sortilegio da una fata (anzi due), ancora non si sa se buona o perfida. Ogni giorno la fata(e) lo obbligava a mangiare prelibati manicaretti, preparati con le sue due (quattro) magiche manine, su tavole imbandite di tutto punto, con nastrini e alzatine e bicchierini di cristallo. Non solo, ma prima di poter assaggiare boccone il fotografo era costretto a fotografare, finché, stanco ed affamato poteva finalmente essere ammesso al desco. Un giorno, stanco della solita vita, e approfittando del viaggio della fata dispettosetta in un’isola lontana dei mari del sud, si disse che era arrivato il momento di un bel piatto di spaghetti, poveri e banali, da mangiare su una tavolaccia ingombra e ben disordinata, senza neanche un tovagliolino. Racconta la storia (sfiorando qui la leggenda) che il fotografo, distratto, abbia rovesciato il bicchiere del suo bloody mary (che sia stata sbadataggine, dispetto di fantasma, terremoto o incantesimo non è dato sapere) nel piatto di spaghetti appena scolati. Da quel giorno gli spaghetti al bloody mary divennero il suo piatto preferito, e perfino la fata, impietosita, di tanto in tanto glieli lascia mangiare senza neppure fotografarli…

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