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in barattolo

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marmellata di merangole (lunga tre giorni)

Questa è una storia lunga. Comincia da un giardino di quasi campagna ancora dentro Roma, ed anzi no, a ben guardare, comincia un po’ più in là, dal trasloco, quasi un secolo fa, di alcuni alberi di arance amare dal centro della città a quel giardino.
Lungo questi anni gli alberi di merangolo hanno fatto foglie, e fiori e frutti, buoni per molte cose, ma impossibili da mangiare a spicchi. La marmellata però, e pure sembra un certo liquorino, sono tra le cose più dense di profumo e di conforto che siano state inventate nella storia dell’umanità. Dunque quando alcuni sacchi di arance amare sono generosamente arrivate fino a Monteverde ci siamo dette certo, che ci vuole?, ne facciamo marmellata, a chili, magari pure a tonnellate.

Sì, ma la ricetta?

zucca in barattolo

Andare, venire, tornare. Così sali sul treno, scendi dal treno, abbracci valigie, borsette e sportine sempre a trasportare cose, ingombri e pure pensieri. Se poi ci si mette la neve, il freddo siberiano, il vento dei Carpazi ti avvolgi l’armadio addosso e tra sciarpe di lana e calzettoni polari nel viaggio avanza fuori il naso appena.
Ma partire vuol dire infine anche arrivare: trovare un barattolo che conserva, proprio lì, dietro la porta. E dentro che c’è? Le manine di Marie che ci hanno lavorato a Roma immaginadosi di stare in montagna, il calduccio della cucina in inverno, preparare, mettere via, conservare per la stagione che dovrà pure finire.

cioccò-noisette

La notte di Santa Lucia era da bambina una notte di buio e di attesa, il sale alla finestra per l’asinello e l’acqua che immancabilmente ghacciava, ma sul tavolo, al mattino, arachidi e mandarini a splendere come soli nel cuore dell’inverno. Piccoli regali, ma soprattutto cose speciali da mangiare per la tasca del grembiule, per una piccola merenda, per scaldare l’inverno che lungheggia. E dietro tutto l’amore.

Le paté de mémé

Il fotografo si lamenta, si lamenta e si lamenta. La verità è che quando lo lasciamo solo, non solo se la spassa, ma di norma è ben circondato di provviste. Questa volta nel suo panierino di sostentamento è finito pure un barattolo fait-maison del paté di Mémé.
Mémé è il termine francese per dire nonna, ma ovviamente per noi la mémé è la nonna di Marie, anche se lei è spagnola, ma vive da più di sessant’anni in Francia, proprio in una delle zone del Foie Gras e di tutto quello che ne con-segue. Mémé Jeanne (ovvero Juana) vive vicino a Toulouse, per la precisione a Gourdon en Quercy e di barattoli di paté ne mette insieme (e poi en route) molti, anzi moltissimi. I suoi barattoli viaggiono ormai da anni tra la Francia e l’Italia, e quando arriva in Toscana, ha sempre paté per tutti.

Sì, ma la ricetta?

ketchup maison

Che cosa può mai contenere una valigia in viaggio lungo le rotaie da nord a sud, dalle Alpi al Tevere passando per il Reno (inteso però come quello bolognese)? vestiti, sì certo, scarpe, scialletti, le prime calze, una quantita imbarazzante di borsine di stoffa, macchina fotografica, vari caricabatterie, Le metamorfosi di Ovidio, I misteri del Ragno, il Viaggio in paradiso, il portatile, 5 o 6 mazzi di chiavi e 2 barattoli di ketchup.

pere in almibar

Non è che ci sia una ragione particolare per designare in spagnolo queste pere allo sciroppo, ma il fatto è che il fotografo, rientrato da poche ore, c’ha ancora la parlata ispanica sulle labbra e così finisce che nomina le fotografie in spagnolo. Del resto -almibar- ha un suono così dolce ed esotico che si finisce per preferirlo allo sciroppo di casa nostra che è troppo scivoloso e facilmente fa pensare alla medicina, magari proprio a quella per la gola che comincia ad essere acciaccata. Qui tra i monti la temperatura è scivolata in picchiata da 28 ° a 8° nel giro di una notte e oltre a correre a ripescare calzini a casaccio nel fondo degli scatoloni, si è riacceso insieme il mal di gola e il tormentone del mettere-via-per-l’inverno.
è matematico, imprescindibile, puntuale come la più puntuale delle leggi di natura: appena si affaccia l’autunno viene voglia di conservare, fare raccolta di barattoli, marmellate, conserve di pomodori e insomma di tutto il conservabile. Forse è un po’ un modo per tenere da parte (in barattolo!) qualche raggio d’estate per i prossimi mesi e noi, come piccole formichine, ci siamo messe ad ammassare, conservare tutto quello che ci passava tra le mani.

La mostarda di peperoni di Lucia

Charlotte è una di cui ci si può fidare, in fatto di cibo e non solo. Ha 16 anni, è la nipote calycanta di Marie e se dice che una cosa è buona, molto probabilmente è così.
Della “salsa” di peperoni della mamma di Francesco (son petit fiancé, ndr) ce ne parlava già da un po’. Non soltanto di questa, in effetti, ma tra tante confidenze alimentari, la salsa di peperoni ritornava spesso e a noi, che abbiamo un debole per lei, già ci piaceva per principio, ancor prima di averla assaggiata.
Poi in una notte toscana di dopo concerto e di molta fame un barattolo trasparente e luminoso si è materializzato come un rosso miraggio nel frigo saccheggiato a casa di Manola e Matteo (les parents, ndr). è stato lì che, gelosamente, Charlotte ce ne ha fatto assaggiare la punta di un cucchiaino… ed a noi è bastato per rimanerne totalmente asuefatti.

pesto di cilantro (cioè coriandolo)

Se il fotografo decidesse un giorno di farsi un autoritratto alimentare il dubbio potrebbe essere se circondarlo di cozze, avvolgerlo di chorizo, o appunto spalmarlo di cilantro (alias coriandolo) perché, in tutto il mondo vegetale edibile, è l’unico stelo che gli provochi una passione intensa.
C’è da dire, poi, che se lo chiamiamo cilantro e non coriandolo è per una sorta di idioletto da blog, perché le prime esperienze con il coriandolo fresco in foglietta verde sono state spagnole e anche perché in molti dei mercati di Roma, Trionfale compreso, è più conosciuto con questo nome nei banchetti di cibi etnici dove riusciamo a reperirlo. Avevamo pure provato a piantarlo (sempre nel giardino semi-incolto del fotografo) e lui per una volta tifava da vicino: mettiamone tanto! a grandi mazzi! una piantagione! ma a dire la verità ha sempre un po’ stentato. Quest’anno ci riproveremo, tocca per forza, visto che oltre che a lui piace molto anche a noi. Per intanto però quell’anima buona di Marie con quello che ha pescato a Ponte Milvio (inteso come mercato, ovviamente) ha fatto un piccolo pesto per il fotografo, con la scusa che a volte lo maltrattiamo un po’. La collanina che lo avvolge è sempre opera delle sue manine ma questa volta è un regalo per me.

kumquat confit

Del pacco, quello arrivato dalla Sicilia, avevamo già detto. Del resto le cose che arrivano dalla campagna sono insolitamente consuete, anche se ogni volta radicalmente diverse.
A costo di passare per scemi vale la pena sbilanciarsi e ripetere le cose ovvie: gli alberi sono lì da un po’ e speriamo che lì rimangano per un altro po’, fanno foglie e frutti secondo la loro stagione e a volte fanno pure i capricci. A Cerzazza, in particolare, ci sono limoni per la grande maggioranza, ma c’è pure qualche arancia, un pomplemo generoso, due avocadi biricchini, un mango che ancora non si è degnato di portare a termine un frutto, due banani che fanno i caschi ma non arrivano a maturarli, un noce enorme, un gelso nero, un bergamotto molto amato e una piantina di kumquat che è più arancione che verde per quanti frutti fa. E se ci sono i frutti viene pure voglia di raccoglierli, così nel pacco sono finiti in gran quantità.
Ma poi cosa farne dei kumquat, o come li chiama più esoticamente la nonna, dei mandarini cinesi? A sfogliare le pagine di questo blog si scoprirà che non mancano gli sforzi creativi per trovargli collocazioni alternative alle versioni spiritose (che per altro stuccano un po’). Questa volta poi l’abbiamo declinata sperimentale partendo dall’equazione con i limoni confittati al sale di cui abbiamo smesso di decantare le lodi poco tempo fa.
Che sia un nuovo trip?

lassi solido alla melissa e 1 lezione di fotografia

Conviene dirlo subito questa ricetta è un pretesto, bello e buono. Dopo quasi 3 anni di blog il fotografo ha infatti concesso la prima lezione di fotografia, dove “lezione” è un parolone, ma rispetto alla prassi seguita fin qui (vale a dire tu fai 500 scatti con informazioni sommarie date e una volta e mai più e poi io le passo, boffonchiando, attraverso la mia censura facendone sopravvivere 1 o 2) è stato un pomeriggio enorme. Tanto più enome che la richiesta era esplitamente da femmina: vorrei fare “uno scatto Donna Hay“, romantico, sbiancato fino all’azzurrino spinto, sfuocato il giusto, ma anche capace di essere netto, senza sbagli insomma. Ci siamo impegnati, ognuno dalla sua parte e non abbiamo nemmeno litigato (!) le conclusioni sono che:
– è una cosa possibile
– è la disposizione delle luci quel che conta davvero
– è più difficile la composizione di tutto il resto
– le cremine sono cose da femmina…

cotogne insolite

La stagione delle cotogne è finita certo, però si può dire che dà ancora i suoi frutti. Quest’anno, infatti, un po’ stanchi di fare delle cotogne cotognata (classica) ci siamo spinti un po’ più in là, grazie anche a un “raccolto” molto generoso arrivato a casa dal frutteto meraviglia del Gallo. Proprio del Gallo, del resto, c’è tutto intero lo zampino nella prima delle ricettine di rivisitazione cotognesca: pere cotogne sciroppate in agrodolce. Per Barbara che ci ha regalato la ricetta (oltre che i frutti) è tradizione di famiglia, la faceva sua nonna sul lago (quello di Garda tanto vicino) e lei la fa oggi in mezza montagna un pizzico più a nord. Il risultato ci ha stupito per consistenza e per sapore, l’anno prossimo si replica di certo.
Il secondo esperimento è stato persino più semplice nell’esecuzione del primo, ma un po’ più complesso nell’elaborazione: abbiamo infatti adulterato la ricetta classica di nonna Pina (!), quella praticata da mezzo secolo almeno (!!), introducendo spezie astruse (non solo chiodi di garofano, cannella, ma un pizzico di senape e persino il pepe di Sichuan). C’è voluta un botta di incoscienza eretica, ma con i formaggi è stato uno sballo!

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