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crema pasticcera senza latte ma con il tè

Capita in un pomeriggio di gnocchi (sì, sì quelli classicissimi che si amministrano di giovedì e che invece noi abbiamo rimandato a un sabato romano giusto così per inaugurare la cucina…) che mentre le patate cuociono sulle piastre nuove e sibilanti ci si dica con innocenza: ” e se facessio un dolcetto?” Certo, e che ci vuole! Solo che il forno sta lì, ma deve ancora essere imbullonato, la dispensa è così colma di piattini, tazzine, bicchieri che di cose da mangiare ce ne sono ancora poche, per non dire pochissime.
E allora sedute con i gomiti sul tavolo si comincia la litania: i biscotti di Elena tocca rimandare, quella torta che è in lista da sei mesi pure anche, l’ultimo numero di Saveur meglio non guardarlo nemmeno, finché Marie si fa rossa di intuizione: ti ricordi quella crema pasticcera senza latte a Identità? Eh certo, giusto, la crema, sì facciamo la crema, come quella della mamma, ma visto che il gioco è giocare, mettiamoci qualche variazione, così togliamo il lattè e mettiamo il tè.

apple pie

..dunque, dunque cominciamo con qualche premessa e con la promessa di non farla troppo lunga. Ma la verità è che la faccenda dell’apple pie meriterebbe in se stessa molti approfondimenti e di ogni tipo: tecnici (ma quante versioni esistono della pasta?), filologici (si traduce crostata di mele o torta di nonna papera?), geografici (l’America è grande) e soprattutto socio-culturali.
Questo apple pie in particolare, poi, ha tutta una sua storia, che intreccia il ritratto di Guido di ieri (con le mele appunto) a una cena russa a cui un terzo dei calycanti era invitato.
Del resto un dolce americano, anzi il dolce americano per eccellenza, a una cena russa sembra un’angolazione di quelle studiate a tavolino, un cortocircuito culturale enfatizzato pure dal gelato alla vaniglia che lo accompagnava. Ma tant’è, si è trattato molto più semplicemente di uno di quei casi un po’ casuali (appunto), in cui la tavola mette insieme le persone e pure i cibi.

Tornando a lui, all’apple pie, c’è da dire che, pur essendo in sé un dolce semplice, ha sollevato qualche problemino nel maneggiamento della pasta (una Flaky Pie Crust di cui ignoravo anche l’esistenza) e soprattutto nello scollamento tra l’utopia visiva del risultato atteso e la realtà. Non è che fosse brutto, anzi, ma non era perfettamente bombato e uniforme come nel disegno della torta di nonna papera o anche nelle foto stylish di Donna Hay (che usa però una frolla!).
Quanto a sapore e profumo era una meraviglia, non ne è rimasto nemmeno il boccone del prete, dunque grazie ai consigli delle amiche via facebook e grazie a Laurel Evans per la sua ricetta che mi è sembrata la più americana tra tutte.

i cavallucci di giampiero

Visto che questa sembra essere la settimana delle ricette (dolci per di più!) regalate dagli amici, questi cavallucci, quelli di Giampiero, ci dovevano proprio stare. Sì certo la stagione non è proprio proprio quella abituale per proporli, ma volendo guardarla da un altro punto di vista sono perfetti per il pic nic di domenica, si trasportano, sono a tema (il bianco)  e pure un tantino originali. Come dire che potrebbero non sfigurare con uova, pop corn, birra bianca, meringhe e magari vincere pure…

ricette letterarie 2. Le minne di sant’agata

Siamo fuori stagione, decisamente. O troppo in ritardo, o troppo troppo in anticipo, ma in ogni modo dal 5 febbraio, festa di Sant’Agata, ci allontanano i giorni e la temperatura. La verità, però, è che quando i libri scelgono il momento di capitarti addosso c’è poco da fare i conti con il calendario, ti capitano e basta, e non puoi che caderci dentro con gli occhi, le scarpe e in qualche caso anche con la lingua. Così, quando in questi giorni abbiamo finito di leggere Il conto delle minne (di Giuseppina Torregrossa, Mondadori editore), passandocelo di mano tra le borse delle spese nei tragitti degli autobus romani, provare a farle, le minne, era un imperativo assoluto e improrogabile. Dunque, emarginato il fotografo dalla cucina (che queste son cose di donne) ci siamo messe a impastare senza dubitare un attimo che la ricetta del libro fosse non solo possibile e fedele, ma l’unica per noi praticabile. Che sia stato un piccolo azzardo ce lo siamo confessate dopo, quando le minne candide asciugavano la glassa, perché se certe volte è pericoloso fidarsi delle ricette di un libro di cucina non lo sarà tanto di più fidrsi di quella di un romanzo?

crumble di pere e cioccolato bianco a colazione con elena

Che fosse ora di rimettersi a cucinare era nell’aria. Soprattutto che finalmente ieri mattina, dopo tanto tempo, si è riusciti a combinare una colazione un po’ tardiva con un’amica decisamente speciale. Le chiacchiere arretrate erano ancora più delle ricette, mescolate ai suoi cantucci, al succo di mele della signora Fausta, a un caffè diventato troppo velocemente troppo freddo e a un piccolo crumble impastato (si fa per dire…) di corsa mentre lei faceva la strada (e per fortuna che ha faticato a trovare parcheggio…). All’origine tre piccole pere arrossite dentro al mestolone (qui lo chiamano, giurano, “cazzot”), poi farina, burro, zucchero e qualche scaglia di cioccolato bianco, in forno, cucchiaino e una tempesta di chiacchiere. Abbiamo finito la colazione per pranzo ma le parole non erano ancora finite…

Parfait glacé au chocolat

Con il cioccolato è facile perdere la testa e qualche volta pure la misura…
di questo parfait al cacao, in effetti, ce n’è venuto fuori tantissimo (!) così è finita che abbiamo foderato “stampi” di ogni genere, barattolini, bicchierini e coppette, poi riempiti fino all’orlo, raffreddati in frigo cinque ore e finalmente sbaffati!
Con il muso sporco ma con l’animo appagato, le riflessioni si sono fatte dubitative:
“ti sembra possibile che il cacao non sia un alimento conosciuto dalla notte dei tempi? ti sembra possibile che siano esistite persone (molte persone!) che non lo abbiano mai conosciuto, mai assaggiato? Ti sembra possibile immaginare la nostra vita senza cioccolata?”

Domande un poco bambinesche certo, ma è pur vero che una moltitudine di libri sono stati scritti su questo alimento e continuano ad essere scritti, letti e cucinati. Questa ricetta l’abbiamo presa da Le chocolat, dix façons de le préparer di Jeanne Sompayrac delle Editions de l’Epure di cui già avevamo parlato. La riportiamo con particolare piacere perchè Les Editions de l’Epure hanno vinto il premio del Gourmand World Cookbook Awards come Meilleur éditeur du monde

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