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generi misti in formato vintage

Che sia amore immagino che lo abbiano capito anche i muri. Lo dichiarano a gran voce la collezione di tazzine impilate in bilico, l’eccitazione maniacale per ogni mercatino, banchetto, robivecchio; l’ammirazione compulsiva per le righe degli strofinacci, le cifre ricamate, le pentole smaltate, i piatti scombinati, le materie parlanti.
Gli oggetti con una storia dentro ci piacciono da morire, sono stati già amati, sono stati il centro o la periferia nella vita di qualcuno prima di noi, e nel caso di quelli che abitano la cucina hanno nutrito a volte più di una generazione, accompagnando i gesti e il pane, il latte, il pranzo, la cena, i fagioli o la polenta. Hanno dunque qualcosa in più nei graffi dell’usura, nell’imperfezione apparente con cui portano in sè la traccia dell’uso. Anche quando li compri, e non sono un regalo prezioso che ti rimane in famiglia, sono comunque sempre una sorta di piccola grande eredità. Li maneggiamo con cura e li amiamo a dismisura.

Nei nostri libri, ma pure su queste pagine e anche nella rubrica Allacciate i grembiuli che curiamo per Il Corriere della Sera entrano praticamente sempre. Le ragioni sono semplici e contenplano da un lato il fatto che per passione sono parte della nostra vita e della nostra cucina reale, dall’altra l’innegabile verità che gridano a gran voce: sono tremendamente fotogenici!

la chutney di katie

Ci sono cose su cui inciampi e ti sembra per caso, ma poi, sempre per caso, queste stesse cose tornano e ritornano sulla tua strada, tra le mani e nei pensieri. Così per noi è stato con Katie (Quinn Davis), scoperta tanto tempo fa saltellando nella rete. Di link in link, o su prezioso suggerimento di qualcuno (ormai è troppo lontano per ricordare…) un giorno abbiamo aperto le pagine scure del suo blog ed è stato come svelare il lato oscuro del cibo.
Cercando di non metterci troppo enfasi (!) diremo il modo di Katie ci ha colpito subito, come l’opposta fascinazione del siderale bianco di Donna Hay: lei composta, abbagliante e distante e Katie invece disordinata, “sporca”, gotica. Il bianco e l’azzurro di qua, il nero e il marrone di là, la garza trasparente dell’una, i lini pesanti e spessi dell’altra, il cibo intatto e il cibo spezzato… tante e tante volte abbiamo raccolto mollichine sulle pagine dell’una e strizzato gli occhi di fronte al bagliore dell’altra, ma la cosa straordinaria è che, al fondo, non serve fare una scelta, dichiarare di voler più bene alla mamma  al papà. Sono stili, modi diversi di comunicare il cibo, di mostrarlo, di metterlo in scena, la cosa veramente divertente è proprio il fatto che siano così marcatamente contrapposti.
Durante le officine calycante ne abbiamo parlato più e più volte, le loro foto ci hanno aiutato a smontare gli aspetti tecnici, a parlare di luce, di scelte compositive, di tonalità e anche di sfondi e forchette, ma soprattutto ci hanno mostrato più di mille raccomandazioni a freddo che è importante individuare uno stile, un modo che sia proprio, in cui sguazzare con piacere e fare prove, ri-prove e tentativi.
Oggi il primo libro di Katie Queen Davis è tradotto e reperibile in italiano (e proprio da Guido Tommasi) e noi ci abbiamo camminato dentro, avanti e indietro, incerti di quale fosse la ricetta giusta per cominciare, alla fine per scelta di stagione e pure per sfida (visto che le barbabietole non sono esattamente il nostro ingrediente più amato) la scelta è caduta su questa chutney che lei in realtà chiama relish. Risultato buono a tal punto che, la più scettica tra noi, ha finito per spalmarla sul pane facendo a meno della carne e del formaggio che avrebbe dovuto accompagnare…

la nostra prima officina

è capitato spesso su queste pagine di non sapere bene da quale parte inziare a dipanareil filo di un racconto. Succede pure in questo caso, dopo che la domenica trascorsa e un temporale quasi estivo su Roma ci riconsegnano alla nuova setimana che incalza. Ma il fatto è che l’esperienza della nostra prima Officina (Corso di fotografia e cibo. Composizione, tecnica, stile) venerdì e sabato scorso, ci ha divertiti, emozionati e forse anche un po’ cambiati.

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