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zuppa di castagne, porri e manzo affumicato

Che sarebbe stato un inverno di zuppe (e di mestoli) lo avevamo sospettato da un po’, tanto che il fotografo sta alacremente lavorando in queste ore (!) per raccoglierle insieme nel PDF di novembre, ma questa zuppa, pubblicata per ultima sul filo di lana, potrebbe guadagnarsi un titolo di merito quasi assoluto, merito della bontà delle castagne di Castione, dei porri della Val di Gresta e del manzo affumicato del Macellaio.
A tutto questo va aggiunto il merito di un po’ di pazienza, perché le castagne sono sì una risorsa mervigliosa di cui nel tempo si è perso il senso di grande versatilità ma, c’è da dirlo, un po’ di pazienza bisogna mettercerla, e un po’ di lavoro pure. La farina di castagne non è infatti la stessa cosa: quindi senza immaginare di andarle a raccogliere nel bosco, le castagne vanno comunque tagliate, bollite con anice e alloro, spellate e passate a setaccio… ma ne vale la pena!

zuppa di amaranto, zucca e porri

Sarà pure l’estate di San Martino che dovrebbe tenerci al calduccio sotto mezzo mantello, ma qui la voglia di zuppette comincia a farsi sentire crescente… ecco allora che i mestoli si susseguono, uno dietro all’altro, tutti in fila indiana, rassicuranti e colorati (oltre che sanissimi) perché, come dice Anne-Catherine Bley: la zuppa è tante cose ma di certo non è triste! 
Dopo quella verdissima-residuale questa zuppetta qui è un po’ sperimentale perché per la prima volta ci siamo cimentati nell’utilizzo dell’amaranto, un quasi-cereale antichissimo ed esageratamente ricco di virtù che grazie al commercio equo e solidale abbiamo reperito letteralmente sotto casa.   
Il risultato è stato sorprendente e l’idea è quella di ripetere (con la verza?) al più presto, insomma quello che si annuncia ha tutta l’aria di essere un inverno pieno di mestoli!

zuppa verdissima (residuale)

Capita spesso che nel trafficare in cucina si sia presi da un dispiacere del tutto sano nel gettare via le parti residuali, le bucce, le scorie… un dispiacere preventivo che non riguarda quello che resta, ma quello che avanza ancor prima di cominciare. Così, anche prendendo esempio da una zuppa “letta” parecchio tempo fa sul sito di Cavoletto  fatta soltanto delle foglie dei ravanelli che normalmente si buttano via, abbiamo pensato di mettere iniseme questa zuppa residuale e verdissima fatta di avanzi in senso lato, ma consolatoria, vitaminica e sanissima.

minestra di patate e latte (con sale alla malva e alloro)

La settimana, si è capito, è votata al latte. Sarà l’arrivo di un autunno in verità ritardatario, sarà la recente scoperta di un distributore automatico vicino casa dove “mungere” 24h/24, sarà che si presta a declinazioni di ogni ordine e misura, dal molto-semplice all’ultra-complicato, dal dolce al salato passando per le vie di mezzo…
Questa qui, poi, più che una ricetta è una risorsa, da tirare fuori quando si ha voglia di qualcosa che coccola tanto e costa poca fatica, che riconforta come una coperta perfettamente calda, perfettamente lunga, perfettamente giusta.
Una sola avvertenza per questa minestra che è facilissima: bisogna farne sempre tanta, perché a nessuno restino i piedi scoperti…

zuppa di birra

Fidatevi! Nonostante le apparenze è proprio una zuppa di birra.
Una zuppa di birra di quelle dal gusto fortemente nordico, austriaco, altoatesino e in fine trentino perché è proprio da un libro di cucina di questa complicata regione che la ricetta, con qualche variazione, viene (Alessandro Molinari Pradelli, La cucina del Trentino-Alto Adige).
“Zuppa di birra dal gusto nordico” nel senso che prevale la presenza del latte, del burro e della panna e tutto si gioca sul delicato equilibrio fra il dolce di questi alimenti (più lo zucchero, ma giusto un cucchiaio…) e l’amaro della birra. Ci si aggiunga pure la cannella e la scorza di limone e si avrà una marca indelebile di montagne, di mucche, di laghi, di freddo e di calduccio della stube, di tetti aguzzi e di cielo terso e pure di birra… Maite che qui ci è cresciuta si ricorda ancora della gita delle elementari agli stabilimenti Forst…

vellutata di zucca alle nocciole e alla crema di whisky

La vena è ancora quella dei ricordi, la materia ancora la zucca comprata al mercato dalla signora Fausta sabato scorso, il resto un esercizio di stile alla Quenau della serie come faccio questo senza quello e quello senza questo? 

Partiamo dall’inzio, cioè da Parigi alla fine dell’erasmus quando proprio sotto casa tra la rue keller e la rue de lappe abbiamo assistito alla nascita di un bellissimo bar del tutto particolare senza alcolici e senza caffè ma tutto dedicato alle zuppe, il bar à soupes appunto. 
Anne Catherine Bley, che se l’è inventato, ha declinato le zuppe in mille modi, secondo le stagioni e gli ingredienti, da mangiare in loco o da portare a casa e dalla sua esperienza è nato anche un libro (guido tommasi editore) ritrovato in Italia molti anni dopo…

Volendo fare una zuppa di zucca dunque era inevitabile aprire il suo libro che ha tutta una sezione dedicata alla vellutata di portiron, assecondando così anche l’onda lunga dei ricordi parigini che in questi giorni sta dilagando…  ma panna o crème fraiche in casa non ce n’era, dunque in cerca di ulteriori suggestioni l’occhio è finito su un libricino-quaderno arancione-zucca e tutto ovviamente alla zucca dedicato edito dalla Kellermann, ma anche lì, nel quaderno delle zucche, per fare la ricetta di “zuppa con qualche pretesa” mancava il whisky…
Dalla mancanza nasce l’ingegno e così scovata una bottiglia di crema di whisky di ignota provenienza si è pensato che metteva insieme due ingredienti mancanti, la panna e il whisky, ci abbiamo aggiunto nocciole tostate ed era fatta, perché come dice Anne Catherine la soupe c’est bon, c’est simple et c’est surtout pas triste!  

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