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generi misti in formato vintage

Che sia amore immagino che lo abbiano capito anche i muri. Lo dichiarano a gran voce la collezione di tazzine impilate in bilico, l’eccitazione maniacale per ogni mercatino, banchetto, robivecchio; l’ammirazione compulsiva per le righe degli strofinacci, le cifre ricamate, le pentole smaltate, i piatti scombinati, le materie parlanti.
Gli oggetti con una storia dentro ci piacciono da morire, sono stati già amati, sono stati il centro o la periferia nella vita di qualcuno prima di noi, e nel caso di quelli che abitano la cucina hanno nutrito a volte più di una generazione, accompagnando i gesti e il pane, il latte, il pranzo, la cena, i fagioli o la polenta. Hanno dunque qualcosa in più nei graffi dell’usura, nell’imperfezione apparente con cui portano in sè la traccia dell’uso. Anche quando li compri, e non sono un regalo prezioso che ti rimane in famiglia, sono comunque sempre una sorta di piccola grande eredità. Li maneggiamo con cura e li amiamo a dismisura.

Nei nostri libri, ma pure su queste pagine e anche nella rubrica Allacciate i grembiuli che curiamo per Il Corriere della Sera entrano praticamente sempre. Le ragioni sono semplici e contenplano da un lato il fatto che per passione sono parte della nostra vita e della nostra cucina reale, dall’altra l’innegabile verità che gridano a gran voce: sono tremendamente fotogenici!

Una grazia tutta vintage

Di corsa di corsa che l’aereo non aspetta (e la valigia non si chiude…) postiamo qualche scatto della presentazione della nostra Cucina Vintage di sabato scorso a Rovereto. Eravamo ospiti nella delicata atmosfera di un negozio che è un po’ un’istituzione, come succede nelle storie belle delle piccole città. Mia madre lo aveva nella sua agenda e credo di ricordare che buona parte del “corredo” con cui son partita per la prima cucina tutta mia venisse proprio da lì.

tra fragole e fave

In due in cucina a volte si è davvero troppi.
Così in un giorno di tregua lavorativa (che di questi tempi sarebbe di per sè un lusso da far girare la testa) si è acceso un dibattito teorico-pratico sul condimento di certi tagliolini. Fragole o fave? verde o rosa?
Prima di venire alle mani (o ai coltelli) si è salomonicamente deciso di fare a metà, o meglio di fare tutte e due, versione rosa e versione verde. Inutile dire che ognuno è rimasto sulle sue posizioni.

Il tegolino (ovvero una madeleine anni ’80)

Sì, sì, il tegolino, proprio quello, quadrato e incellofanato che lo infilavi in cartella la mattina prima di uscire e a ricreazione era tutto schiacciato tra il quaderno di italiano e il libro di matematica. Quello che ti schifavi le dita e c’era cioccolata ovunque, quello che ti restava sempre un po’ fame, ma erano le prime merendine proprio all’inizio degli anni ’80….

Quando abbiamo letto della raccolta di salsa di sapa dedicata alle ricette anni Ottanta ci è sembrato che non si poteva non partecipare a un’idea tanto carina e per celebrare degnamente quegli anni lì (di maite e di marie per essere chiare… il fotografo, che è più vecchio, era distratto e quasi non li ha visti passare) ci siamo alambicate la testa: cosa mangiavamo negli anni Ottanta? Tortellini panna e prosciutto certo, rucola anche noi, qualche risotto allo champagne e qualche sparuta farfalla alla vodka intercettata al matrimonio di qualche parente, i primi kiwi che parevano roba strana, ma alla fin fine, per noi che ancora non cucinavamo se non con il dolceforno, la cosa di cui serbiamo più indelebile il ricordo è lui, il tegolino…
Abbiamo quindi provato a rifarlo e l’effetto, per quanto possa risultare blasfemo (e con buona pace del fotografo), è stato proustiano, anche visivamente!

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