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that’s Pan’ino!

Qui ad inglese siamo messi così così. Per ragioni tanto lontane da averle oramai perse di vista ci sono capitate in sorte tutte o quasi le lingue neo-latine, anche un poco di latino (e persino di greco) a voler scavare fino in fondo. Dunque francese tanto, castillano pure, catalano in divenire e l’inglese un poco… chi più, chi meno, Marie di più, il Fotografo niente ed io…

‘ino firenze

Pan-ino, v-ino e pure anche un po’ div-ino vista l’aureola di luce che il fotografo ha sorpreso sulla testa di Alessandro (cioè la persona che lo ha inventato) ma ‘ino è davero un posto un po’ speciale forse e soprattutto in una città come Firenze schiacciata tra l’orgoglio tediato e scettico di chi è stato il ‘400 e orde di turisti privi di orientamenti. Da ‘ino ci si può mangiare un panino (comunque un po’ speciale e sempre accompagnato da un bicchier-ino) o comprare due etti di finocchiona, la ciccolata al sale di Andrea B., o la ventresca di ricciola di un produttore di Marzamemi. C’è tutto quello che ci deve essere e qualcosa in più, vale a dire la misura, perché chi ha scelto di chiamarsi con un diminutivo ha ben chiaro che scegliere di avere 30 prodotti vuol dire poterci contare, completamente. Insomma il posto ci è piaciuto, tanto davvero. Ci ha ristorati in una giornata di caldo afoso che avrebbe fatto desistere da qualsiasi idea di pranzo ma che stagliava bene le ombre sul soffitto e pure sulle botti…

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